Il Comune concede gratis per 30 anni l’ex convento alla Comunità Ebraica di Roma per il liceo Renzo Levi. Ma dietro il progetto spuntano fondi privati, il magnate dell’azzardo Uri Poliavich e dichiarazioni inquietanti sull’educazione come ponte verso la IDF.
Roma Capitale ha deliberato la concessione dell’ex convento di Sant’Ambrogio, nell’ex Ghetto, alla Comunità Ebraica di Roma per trasferirvi il liceo ebraico “Renzo Levi”. La concessione è gratuita, dura 30 anni ed è rinnovabile; la ristrutturazione e la manutenzione ordinaria e straordinaria sono a carico della Comunità, con oltre 8 milioni di euro di fondi privati indicati dal Comune. L’immobile, inutilizzato dal 2017, dovrebbe ospitare 15 nuove classi, uffici, biblioteca, palestra e laboratori.
Fin qui, la versione istituzionale: un edificio abbandonato che torna a vivere come scuola. Ma la storia è molto meno neutra di così.
Perché Sant’Ambrogio non è un immobile qualunque. È un bene pubblico monumentale nel cuore di Roma, noto anche come ex Rialto-Sant’Ambrogio, già spazio di produzione culturale e musicale. Secondo Il Fatto Quotidiano, la sua assegnazione è stata contestata perché avvenuta in via diretta, senza bando e a titolo gratuito, usando una norma speciale invece delle regole generali sugli immobili comunali, che prevedono bandi pubblici e canoni, anche scontati. Il ricorso delle associazioni è arrivato al Tar; Repubblica ha poi riportato che i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, senza entrare nel merito. Il punto politico, però, resta intatto: perché un bene pubblico viene destinato gratuitamente e per decenni a una scuola privata parificata, senza una vera competizione pubblica sui possibili usi sociali, culturali o educativi di quello spazio?
La questione diventa ancora più pesante quando si guarda a chi finanzia il progetto. Shalom, il giornale della Comunità Ebraica di Roma, ha scritto che la Yael Foundation contribuirà con 6 milioni di euro al nuovo Liceo Renzo Levi a Palazzo Ambrogio e che Uri Poliavich, fondatore della fondazione insieme alla moglie Yael, si è definito “socio e alleato” della Comunità. Nello stesso evento, l’assessore al Patrimonio Tobia Zevi ha ritirato un premio conferito dalla Yael Foundation al sindaco Roberto Gualtieri per il suo supporto alla concessione di Palazzo Ambrogio.
Uri Poliavich non è un filantropo qualsiasi. È il fondatore di Soft2Bet, società del settore iGaming e gioco online. La stessa Soft2Bet si presenta come provider internazionale di gambling, con numerose licenze e piattaforme nel settore delle scommesse e dei casinò online. Un’inchiesta transnazionale di Investigate Europe e Amphora Media ha collegato Poliavich e la rete societaria attorno a Soft2Bet a numerosi siti di casinò e betting finiti su liste nere europee per attività senza licenza locale; Soft2Bet ha negato ogni irregolarità.
Dunque la domanda è semplice: è normale che un bene pubblico romano venga affidato gratuitamente e per decenni a un progetto scolastico sostenuto anche da capitali provenienti dall’universo del gioco d’azzardo online? È normale che una giunta di centrosinistra, in una città dove associazioni, spazi sociali, realtà culturali e collettivi vengono spesso sottoposti a canoni, sgomberi, bandi, vincoli e richieste economiche, scelga qui la strada della concessione diretta e gratuita?
Ma il nodo più grave è un altro.
Secondo Il Fatto Quotidiano, il caso ha assunto ulteriore rilievo per le dichiarazioni attribuite a Poliavich sul rapporto tra scuola e IDF, con il titolo “Scuola ebraica e poi Idf” e il riferimento ai “piani del finanziere israeliano”. Altre fonti politiche e giornalistiche hanno riportato una frase ancora più esplicita, attribuita a Poliavich durante un evento della Yael Foundation: partire dai bambini, accompagnarli dall’asilo fino alla fine delle scuole superiori, perché scelgano di andare in Israele, entrare in Tsahal e diventare parte della comunità israeliana.
Qui serve precisione. Non esiste, allo stato degli atti pubblici, la prova che il liceo romano Renzo Levi sia o sarà un centro di arruolamento militare. Scriverlo come fatto compiuto sarebbe sbagliato. Ma è altrettanto sbagliato far finta che il problema non esista. Se un finanziatore centrale di un progetto educativo parla dell’istruzione come di un percorso che può portare giovani europei verso l’esercito israeliano, allora una domanda pubblica è non solo legittima: è necessaria.
Perché Sant’Ambrogio non è proprietà privata. È un bene pubblico. E un bene pubblico non può diventare, nemmeno indirettamente, il tassello opaco di un progetto ideologico legato a uno Stato straniero e al suo esercito, soprattutto mentre quello Stato è al centro di accuse internazionali gravissime per la guerra a Gaza e per l’occupazione dei territori palestinesi.
La città ha diritto di sapere se un patrimonio comune viene amministrato nell’interesse pubblico o consegnato a una rete di potere privata, confessionale e transnazionale. Ha diritto di sapere perché per alcuni soggetti valgono canoni, sgomberi e gare pubbliche, mentre per altri si aprono porte monumentali per trent’anni rinnovabili. Ha diritto di sapere se la scuola è solo scuola, o se qualcuno la immagina anche come dispositivo identitario e politico orientato verso Israele.
La decisione del Tar, che secondo Repubblica non entra nel merito e lascia valida l’assegnazione, non cancella queste domande. Le rende ancora più politiche. Perché la legalità amministrativa, ammesso che regga, non basta a sciogliere il nodo democratico: un Comune deve spiegare non solo se può fare una cosa, ma perché la fa, per chi la fa e con quali garanzie pubbliche.
Il Campidoglio non può cavarsela con la retorica dell’edificio abbandonato che torna a vivere. Un bene pubblico può tornare a vivere in molti modi: come scuola, biblioteca, centro culturale, spazio sociale, casa delle associazioni, luogo aperto alla città. Qui invece viene consegnato per decenni a un progetto privato parificato, sostenuto da fondazioni internazionali, dentro una cornice politica che solleva interrogativi enormi.
La questione non è “contro gli ebrei”. È contro l’opacità del potere. È contro l’idea che un bene comune possa essere sottratto al dibattito pubblico perché il beneficiario è abbastanza influente, abbastanza protetto, abbastanza politicamente delicato da rendere scomoda ogni domanda.
E allora la domanda va fatta proprio per questo: Sant’Ambrogio sarà una scuola di Roma o un pezzo di una filiera ideologica che guarda a Israele? Sarà un bene restituito alla città o un regalo pubblico a un progetto privato? Sarà educazione o propaganda travestita da filantropia?
Finché il Comune non risponde con chiarezza, il caso resta uno scandalo politico. Non perché una comunità religiosa apra una scuola. Ma perché Roma Capitale concede un immobile pubblico, gratis e per decenni, dentro una rete di fondi, interessi e dichiarazioni che meritano luce. Molta più luce di quella che il Campidoglio sembra disposto a concedere.



