Giorgia Meloni esulta per il voto del Parlamento europeo sul nuovo regolamento rimpatri. La destra lo racconta come una vittoria: più espulsioni, procedure più rapide, più strumenti per trattenere e rimandare indietro chi non ha diritto di restare nell’Unione europea. Il nostro quotidiano La Luce News analizza il nuovo regolamento europeo: return hubs fuori dall’UE, detenzione fino a 24+6 mesi, obbligo di cooperare, minori, dati biometrici e diritti compressi. Dietro la parola “rimpatri” c’è una norma molto più pesante di uno slogan. Il nuovo regolamento europeo, fascicolo 2025/0059(COD), punta a sostituire la vecchia direttiva rimpatri del 2008 con un sistema comune e direttamente applicabile negli Stati membri. In pratica: meno margine nazionale, più uniformità europea, più automatismi, più pressione sulla persona destinataria di un ordine di ritorno.
La misura più controversa è contenuta nell’articolo 17: i cosiddetti return hubs. Gli Stati membri potranno concludere accordi o arrangements con Paesi terzi per trasferire lì persone destinatarie di una decisione di rimpatrio. Ufficialmente, il testo parla di rispetto dei diritti umani, diritto internazionale e principio di non-refoulement. Ma politicamente il rischio è evidente: spostare fuori dall’Europa una parte del problema, lontano dal territorio UE, lontano dai tribunali più accessibili, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
L’articolo 21 introduce poi un obbligo molto ampio di cooperazione: la persona dovrà fornire informazioni, documenti, dati biometrici, dettagli sui Paesi attraversati, contatti, indirizzi, disponibilità a comparire davanti alle autorità e collaborazione con le procedure di riammissione. Se non collabora, l’articolo 22 prevede conseguenze: riduzione di benefici, sequestro dei documenti, ritiro o rifiuto del permesso di lavoro, sanzioni finanziarie, estensione del divieto di ingresso.
L’articolo 23 consente di limitare la libertà di movimento anche prima della detenzione: obbligo di stare in una certa area geografica, risiedere a un indirizzo specifico, presentarsi periodicamente alle autorità. L’articolo 29 definisce i motivi della detenzione: rischio di fuga, mancata collaborazione, ostacolo alla procedura, verifica dell’identità, rischio per la sicurezza. L’articolo 32 apre a periodi di detenzione molto lunghi: fino a 12 mesi, prorogabili di altri 12, con ulteriori estensioni previste nel testo politico concordato in caso di circostanze specifiche.
E poi c’è il punto più delicato: i minori. L’articolo 35 prevede che minori non accompagnati e famiglie con minori possano essere detenuti come misura di ultima istanza e per il periodo più breve possibile. È scritto con le formule classiche di tutela, certo: interesse superiore del minore, condizioni adeguate, accesso ad attività ricreative ed educazione. Ma il fatto politico resta: la detenzione di bambini e famiglie entra nella normalità del sistema dei rimpatri come possibilità giuridica.
Il regolamento contiene anche garanzie: diritto all’informazione, assistenza legale, ricorso davanti a un giudice, rispetto del principio di non-refoulement. Ma la direzione complessiva è chiara: accelerare, trattenere, identificare, comprimere i tempi, ridurre i margini di movimento, rendere più facile l’espulsione.
Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Dopo il voto, la destra radicale europea ha esultato gridando “send them back”: mandateli via. Una scena impressionante che racconta meglio di mille comunicati il clima politico dentro cui questa norma viene celebrata. Ed è qui che la propaganda di Meloni si incrina.
Umani no. 500mila schiavi si.
Perché lo stesso governo Meloni che festeggia la linea dura sui rimpatri ha programmato quasi 500.000 ingressi di lavoratori extra-UE tra il 2026 e il 2028. Quasi mezzo milione. E questo dopo avere già previsto oltre 450.000 quote nel triennio precedente. Quindi no: non sono contro l’immigrazione. Sono contro l’integrazione.
Il migrante non è un problema quando raccoglie nei campi, lavora negli alberghi, assiste gli anziani, pulisce, scarica merci, serve ai tavoli o tiene in piedi intere filiere produttive. Diventa un problema quando chiede casa, scuola, famiglia, stabilità, cittadinanza, diritti.
Fuori chi scappa. Dentro chi serve. Rimpatri per gli indesiderati. Quote per la manodopera. La loro non è una politica contro l’immigrazione. È una politica che divide i migranti in due categorie: quelli utili e quelli da respingere. Il migrante utile entra perché serve all’economia.
Il migrante scomodo viene trattenuto, schedato, rimpatriato o spostato fuori dall’Europa. E in un Paese dove il caporalato continua a divorare vite, parlare di centinaia di migliaia di ingressi senza parlare seriamente di contratti, controlli, casa, diritti e protezione significa preparare nuova vulnerabilità. Il sistema dei flussi può diventare una fabbrica di lavoratori fragili: persone legate al permesso, al datore, alla burocrazia, alla paura di perdere tutto.
C’è però un altro punto che rende questa vicenda ancora più significativa: il doppio binario su cui si muove oggi la politica migratoria italiana ed europea.
Da una parte, il governo celebra un regolamento che rende più rapidi e più duri i rimpatri. Dall’altra, lo stesso governo programma quasi mezzo milione di ingressi regolari di cittadini extra-UE in Italia tra il 2026 e il 2028, perché agricoltura, turismo, edilizia, assistenza familiare, logistica e altri settori hanno bisogno di manodopera. È qui che la retorica del “prima gli italiani” mostra la sua vera natura: non è chiusura assoluta verso l’immigrazione, ma selezione economica della persona migrante.
Il messaggio implicito è chiaro: chi arriva perché serve al mercato del lavoro può entrare; chi arriva perché fugge da guerra, fame, persecuzioni o disastri sociali viene trattato sempre più come un problema di ordine pubblico. Il migrante utile viene incanalato nel decreto flussi. Il migrante fragile, quello che chiede protezione, quello che non arriva con un contratto già pronto, viene invece assorbito dentro un sistema sempre più orientato al respingimento, alla detenzione e all’esternalizzazione.
Il nuovo regolamento non dice formalmente che ogni richiedente asilo verrà preso “alla cieca” e mandato fuori dall’Europa appena sbarcato. Il passaggio verso il rimpatrio riguarda chi viene considerato privo del diritto di restare. Ma è proprio qui che nasce la questione politica e umana: chi decide, quanto rapidamente, con quali garanzie, in quali condizioni materiali e con quale possibilità reale di difendersi? Se le procedure diventano sempre più accelerate, se l’obiettivo politico dichiarato è aumentare i rimpatri, se la detenzione può arrivare fino a due anni e se i return hubs vengono collocati fuori dall’Unione europea, il rischio è che il diritto d’asilo venga formalmente rispettato ma sostanzialmente svuotato.
Il vecchio percorso, con tutti i suoi limiti, prevedeva almeno una presa in carico sul territorio europeo: identificazione, accoglienza, valutazione della domanda di protezione, possibilità di ricorso, intervento dei giudici nazionali. Il nuovo modello sposta il baricentro. Non guarda più alla persona come titolare potenziale di diritti, ma come soggetto da classificare rapidamente: utile, se entra per lavorare; eccedente, se arriva fuori dai canali economici; pericoloso o irregolare, se non collabora con il meccanismo del rimpatrio.
È questo il punto più controverso dei return hubs: non sono soltanto luoghi fisici, ma una scelta politica. L’Europa dice di voler proteggere i diritti fondamentali, ma allo stesso tempo apre alla possibilità di trasferire persone in Paesi terzi, attraverso accordi che saranno poi negoziati bilateralmente. In altre parole: una parte decisiva della gestione concreta delle persone rischia di spostarsi fuori dallo spazio giuridico europeo, in contesti dove il controllo democratico, il monitoraggio delle condizioni e l’accesso effettivo alla giustizia possono diventare molto più deboli.
Il risultato è una contraddizione enorme: l’Italia dice di voler fermare l’immigrazione, ma organizza centinaia di migliaia di ingressi quando servono braccia al sistema produttivo. Si alzano muri contro chi chiede protezione, ma si aprono porte quando il migrante diventa forza lavoro. Non è davvero una politica contro l’immigrazione. È una politica che decide quale migrante vale e quale no.
Per questo la formula “schiavi sì, persone no” colpisce il cuore del problema. Non perché il decreto flussi introduca la schiavitù in senso giuridico, ma perché fotografa una logica: accettare il corpo che lavora, respingere la persona che chiede diritti. Il lavoratore stagionale è utile. Il richiedente asilo è scomodo. Il bracciante serve. Il rifugiato pesa. La manodopera entra. La dignità resta fuori.
Ed è proprio questa la domanda che resta dopo l’esultanza del governo: stiamo costruendo una politica migratoria più ordinata o soltanto un sistema più efficiente nel separare chi può essere sfruttato da chi deve essere respinto? È qui dunque che nasce la frase più scomoda, ma più vera: Schiavi sì, persone no.
Non nel senso storico e giuridico della schiavitù formale, ma nel senso politico di una società che accetta il migrante come braccia, non come essere umano completo. Lo accetta se produce. Lo respinge se pretende di appartenere. Meloni può anche esultare per i rimpatri.
Ma la domanda resta: se il problema fosse davvero “l’immigrazione”, perché il suo governo programma quasi mezzo milione di nuovi ingressi extra-UE? La risposta è semplice. Non vogliono meno migranti. Vogliono migranti più deboli. Più temporanei. Più ricattabili. Più invisibili. Braccia sì. Persone no.




