• Redazione
  • Contatti
mercoledì, Giugno 24, 2026
No Result
View All Result
NEWSLETTER
La Luce
  • Chi siamo
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
  • Chi siamo
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
No Result
View All Result
La Luce
No Result
View All Result
Home Voci

L’Occidente riuscirà a restare in piedi e rimanere unito senza un “nemico”?

by Stefano Signorini
Giugno 24, 2026
in Voci
0
L’Occidente riuscirà a restare in piedi e rimanere unito senza un “nemico”?
0
SHARES
0
VIEWS

Era il 5 febbraio 2003 quando l’allora segretario di Stato USA Colin Powell mostrò al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una fialetta, divenuta poi l’emblema della potenza della narrazione mediatica occidentale, contenente polvere bianca.

Lo scopo era dimostrare che l’Iraq possedeva armi biologiche, in particolare antrace, offrendo il pretesto internazionale per l’invasione.

Le informazioni si rivelarono poi false.

Tutto era iniziato dal famoso 11 settembre 2001, con l’attacco (?) alle Torri Gemelle, che fu l’inizio della “Guerra al terrorismo”, che portò di lì a poco alla guerra contro l’Iraq, poi all’invasione dell’Afghanistan e successivamente, sfruttando la spinta delle cosiddette “Primavere Arabe”, alla guerra in Libia, quindi in Siria e, più recentemente, contro lo Yemen: una guerra durata oltre 10 anni e portata avanti per “procura” dalla coalizione pro-occidentale composta da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, fino all’ultima guerra — dato che il suo vero inizio risale al maggio del 1948 — contro i palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, iniziata dopo il 7 ottobre 2023 e non ancora conclusa, costata la distruzione immane di interi territori e l’annientamento, anche per fame, miseria e malattie, di 150-200 mila persone, per lo più civili indifesi, di cui almeno 30-40 mila erano bambini di ogni età.

A queste guerre distruttive hanno fatto seguito ulteriori interventi militari in Libano, nuovamente in Yemen, con massicci bombardamenti su un Paese tra i più poveri al mondo, e contro l’Iran.

“Nota a margine”: solo queste guerre, che hanno interessato soprattutto gli Stati del mondo musulmano — dall’Africa del Nord al Medio Oriente, fino all’Asia Centrale — tra scontri sul campo, bombardamenti a tappeto di città e infrastrutture, carestie, distruzione di intere economie, sanzioni economiche e politiche, sono costate decine di milioni di morti e ondate di milioni di profughi che hanno raggiunto soprattutto gli Stati dell’Europa occidentale.

Fra le varie conseguenze, la migrazione di intere comunità ha dato origine a molti problemi irrisolti rispetto all’accoglienza, all’integrazione, al livello interno dei salari e alla difficile convivenza. Su questi problemi hanno prosperato, soprattutto a fini elettorali, politiche xenofobe fondate sulla paura, sul risentimento e sull’intolleranza, cui si sono aggiunte la chiusura degli spazi di democraticità e una vera e propria islamofobia che, dopo oltre un ventennio, non accenna affatto a placarsi. Anzi.

Di fatto, siamo passati dalla Guerra fredda, che ha segnato il periodo che va dagli anni ’50 fino ai primi anni ’90 del secolo scorso con la caduta dell’URSS (1989-1991), quindi dal cosiddetto “pericolo rosso”, sostanzialmente un “nemico ideologico”, a uno “scontro di civiltà”, secondo il nuovo schema proposto da Samuel Huntington.

In tal modo si sono potute giustificare guerre di aggressione e interventi mirati a combattere il nuovo pericolo “verde”: l’Islam, presentato come il nuovo grande avversario esistenziale dell’Occidente. Un “nuovo” pericolo che, da secoli, in realtà, per l’Occidente ha rappresentato “l’altro da sé”, che oggi è di nuovo alle porte, anzi ormai al suo interno.

In questa prospettiva non più un solo Stato avversario, ma un insieme di Paesi e comunità, spesso molto diversi fra loro, ridotti a un’unica immagine minacciosa, potenzialmente in grado, secondo il fanatismo della propaganda mediatica ufficiale, di “conquistare, sostituire, stravolgere e prendere il sopravvento (islamizzare) le nazioni occidentali”.

Per contrastare questo formidabile avversario, che ha cultura, fondamenti, valori, principi, consuetudini, storia e soprattutto insegnamenti spirituali e religiosi — che l’Occidente ha ormai perso o sta liquidando — sono state varate anche legislazioni “emergenziali” e “speciali”, a partire dal famigerato USA Patriot Act del 2001, che ha ampliato enormemente i poteri di sorveglianza delle agenzie investigative e di intelligence, snaturando l’equilibrio tra sicurezza nazionale e tutela delle libertà civili.

E questo clima ha ulteriormente favorito il sospetto, l’intolleranza e le tante difficoltà tra le comunità, creando i presupposti per dei veri e propri “pogrom” in Germania, in Francia e a Belfast, dove interi quartieri di immigrati sono stati attaccati e dati alle fiamme.

Tornando all’altra complessa questione dei “nemici esterni”, non possiamo certo dimenticare la sanguinosissima guerra tuttora in corso, dopo oltre 4 anni, sul suolo ucraino, che coinvolge apertamente e dichiaratamente, oltre alla Federazione Russa e allo Stato ucraino, la NATO, soprattutto la NATO “europea” a guida britannica e franco-tedesca.

Un conflitto tutt’altro che “regionale”, che ha avuto origine in quello che è risultato poi essere un vero e proprio colpo di Stato nel 2014, Euromaidan, contro il legittimo presidente di allora Viktor Janukovyč.

Un putsch che ha dato origine alla successiva guerra civile, accompagnata inutilmente dai “Protocolli di Minsk” (1 e 2), poi apertamente dichiarati dalla stessa ex cancelliera tedesca Angela Merkel come “un modo per prendere tempo” per poter armare l’Ucraina contro la Russia.

L’elenco dei conflitti, sotto varie forme, sarebbe comunque piuttosto lungo e significativo. Solo nell’arco degli ultimi 50 anni possiamo ricordare, tra i più significativi, il golpe del 1973 contro il governo legittimo di Salvador Allende, che si era macchiato del “crimine” di aver nazionalizzato, a scapito delle multinazionali americane, l’industria estrattiva del rame, e in seguito l’aiuto dato ai generali argentini nel 1976 con l’intento di “liberarsi” del nuovo governo peronista.

Nel frattempo si era appena conclusa, nel 1975, dopo ben 10 anni, l’invasione delle truppe americane in Vietnam.

E, avvicinandoci nuovamente ai nostri giorni, non possiamo dimenticare l’invasione dell’isola di Grenada nel 1983, avente per scopo l’abbattimento di una giunta considerata “filocubana”, e, ancor più vicino a noi, il colpo di Stato in Egitto nel 2013 ai danni dell’unico presidente eletto democraticamente nella storia di questo Paese, Mohamed Morsi, che, ahimè, era salito al potere grazie alla vittoria del partito “Libertà e Giustizia”, ossia con l’appoggio dei “Fratelli Musulmani”, assai invisi a tutte le élite occidentali.

Non possiamo non menzionare, nel frattempo, le varie elezioni truccate o annullate (v. Georgia, Moldavia, Romania…), cui possiamo aggiungere il recente intervento delle truppe speciali americane in Venezuela con il sequestro illegale del legittimo presidente Nicolás Maduro, i bombardamenti in Nigeria, la guerra contro l’Iran, come già ricordato, prima nel giugno 2025 e poi portata avanti, a fasi alterne, a partire dal febbraio 2026, con recrudescenze che vedono coinvolto nuovamente il Libano — invaso per la quinta volta a partire dal giugno 1982 — e naturalmente Gaza e la Cisgiordania.

Ma a tutto questo dobbiamo aggiungere le sanzioni economiche e le politiche illegali decise unilateralmente contro singoli Stati — emblematico il caso dell’Iran, sotto sanzioni da ben 47 anni, e di Cuba, sotto “embargo” dall’ottobre 1960, e così molti altri — o contro gruppi di Stati, com’è il caso dei BRICS. A ciò si accompagnano le continue minacce di ritorsioni commerciali, economiche e militari contro chiunque tenti di creare un’alternativa monetaria al dollaro o promuovere accordi e rotte commerciali invise all’egemonia a “stelle e strisce” e ai suoi alleati, o vassalli.

Tre anni orsono, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha reso noto ufficialmente, in un discorso tenuto alle Nazioni Unite, l’elenco di tutti gli Stati del mondo — molte decine, in realtà circa 80 — che hanno subito questo “trattamento”.

Le persone uccise, ferite, mutilate, scomparse, rapite e imprigionate — soprattutto civili, ovviamente — assommano, secondo cifre ufficiali ampiamente confermate anche da fonti indipendenti americane ed europee, a circa 36 milioni.

Per secoli l’Occidente ha raccontato se stesso al mondo come modello di civiltà, modernità e progresso.

Tutti gli altri popoli, aggregati sociali e politici, erano il passato da educare, riformare, a cui “portare” civiltà e conoscenza.

Prima con i missionari, poi con le cannoniere, il “libero mercato”, i nuovi modelli di sviluppo, il Fondo Monetario Internazionale e i “diritti umani” esportati a suon di baionette e bombe usate, naturalmente, per “guerre umanitarie”.

Ma se, a partire dal XVII secolo, le potenze occidentali, in seguito alle scoperte scientifiche e tecnologiche che avevano dato vita alla prima grande rivoluzione industriale, espandevano i loro possedimenti coloniali e le loro merci a basso costo conquistavano, anche con una “buona” dose di violenza organizzata, i mercati di tutto il mondo, aprendo nuove rotte commerciali e contribuendo a far crollare antiche civiltà, Stati nazionali e perfino imperi millenari, oggi, con le evidenti e sempre crescenti “difficoltà” dell’economia americana ed europea e degli altri Stati facenti parte del cosiddetto “Occidente collettivo” — Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud — le cose sono profondamente cambiate.

Questa situazione ci consegna, almeno in parte, una nuova visione dell’Occidente, in un passaggio storico da un tipo di egemonia “unipolare” verso un mondo più interconnesso e multipolare.

A causa della progressiva deindustrializzazione del tessuto economico dell’Occidente, a favore di uno “sviluppo” sempre più improntato sulla finanza e controllato da imponenti gruppi monopolistici (v. BlackRock, Vanguard…), la necessità di trovare sempre nuovi asset di investimento sta portando verso una nuova escalation del conflitto.

Assistiamo così a interventi mirati al controllo delle risorse strategiche — petrolio, gas, terre rare, semiconduttori, materiali “critici” tra cui quelli necessari per i microchip, asset tecnologici — nonché delle rotte commerciali e di transito, con combinazioni di vere e proprie guerre, conflitti asimmetrici, guerre di logoramento e una generale ridefinizione delle alleanze e delle diverse sfere di influenza.

Ne sta scaturendo un conflitto su molti fronti, combattuto con molteplici strumenti, ormai da diversi analisti definito col termine di “guerra ibrida” o, secondo una celebre citazione di Papa Francesco, “guerra mondiale a pezzi”.

Un conflitto di fatto generalizzato, dove le vecchie narrazioni provenienti dall’Occidente, incentrate su “interventi mirati” in difesa dei diritti civili di minoranze politiche e/o etniche, oppure in difesa della “democrazia”, dei “diritti” delle donne, degli omosessuali, dei partiti filo-occidentali e molto altro ancora, sono state ormai rapidamente sostituite, in particolare da parte americana attraverso l’attuale amministrazione Trump.

Siamo così arrivati alla brutale schiettezza di una lotta tesa al semplice accaparramento di risorse di ogni genere, allocate di fatto in ogni parte del mondo, e, allo stesso tempo, alla difesa disperata del dominio del dollaro come moneta di scambio internazionale e della presenza militare intesa come pura espressione di forza egemonica e di proiezione geopolitica.

Sicuramente i sistemi di potere occidentali, in particolare la lobby militare-industriale americana e gli apparati di sicurezza che dal Pentagono si diramano attraverso la NATO in una ragnatela quasi inestricabile di agenzie di sorveglianza e intelligence presenti in tutti i Paesi dell’Occidente, traggono enormi vantaggi — e profitti — dalla presenza di una dichiarata “minaccia esterna” e anche “interna”, poiché questa giustifica spese militari, controlli sociali e politiche emergenziali.

Inoltre, l’esistenza di un “nemico” permanente stabilisce priorità, canalizza risorse, mantiene in vita apparati altrimenti difficilmente giustificabili, rafforza la coesione interna e, naturalmente, semplifica la complessità dei problemi interni: conflitti sociali, crisi politiche, disuguaglianze distributive.

Ma la domanda di fondo può essere allora la seguente: a che prezzo tutto questo può essere mantenuto nel tempo, in un mondo dove migliaia sono le testate nucleari e le tensioni globali possono sfociare, anche improvvisamente, in veri conflitti diretti e generalizzati, non necessariamente condotti con armi convenzionali?

L’Occidente sarà in grado di vivere, anche in senso morale e civile, senza necessariamente contrapporsi a un nemico e accettando invece di misurarsi con i propri limiti, imparando per esempio a dialogare con l’Islam e/o con i BRICS o con l’altra parte del mondo, oggi definita “Sud Globale”, interagendo in altri termini con le altre culture come partner e non attraverso le minacce o una politica fatta di brutali aggressioni?

In questo passaggio, la scelta non è tra sopravvivere con un nemico o morire senza: la vera alternativa è tra un Occidente dominato dalla paura e un Occidente capace di maturità, autocritica e collaborazione.

Tags: 11 SettembreAfghanistanarmi di distruzione di massaAsia CentraleBlackrockBRICSCileCisgiordaniaColin PowellColonialismocomplesso militare-industrialeCubaDiritti Umanidollaroegemonia americanaEgittoembargoEuromaidanfialetta ONUgasGazaguerra al terrorismoguerra freddaguerra ibridaguerra in Iraqguerra mondiale a pezziguerre umanitarieimperialismointelligenceIranIraqIslamIslamofobiaLa Luce NewslibanoLibiaMedio OrienteMigrazioniMohamed Morsimondo multipolareNatoneocolonialismoNicolas MaduroNord AfricaoccidenteOccidente collettivopalestinaPapa FrancescoPatriot ActPentagonopericolo rossopericolo verdepetrodollaropetrolioProfughiProtocolli di Minskrisorse strategicherotte commercialiRussiaSalvador AllendeSamuel Huntingtonsanzioni economichescontro di civiltàsemiconduttoriSiriasorveglianza di massaStati UnitiSud globaleterre rareUcrainaUSAVanguardVenezuelaVietnamViktor JanukovyčYemen
Stefano Signorini

Stefano Signorini

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recommended

David Hearst: “perché Hamas non si arrenderà mai”

David Hearst: “perché Hamas non si arrenderà mai”

1 anno ago
”Mi annoio quindi uccido”: i soldati israeliani rivelano le atrocità senza freni commesse a Gaza

”Mi annoio quindi uccido”: i soldati israeliani rivelano le atrocità senza freni commesse a Gaza

2 anni ago
Tutte le chiese restaurate da Erdogan di cui nessuno scriverà

Tutte le chiese restaurate da Erdogan di cui nessuno scriverà

6 anni ago

Popular News

  • Il preludio ad una NATO sunnita dopo la vittoria dell’Iran: perché Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia cercano una deterrenza fuori dall’ombrello americano

    Il preludio ad una NATO sunnita dopo la vittoria dell’Iran: perché Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia cercano una deterrenza fuori dall’ombrello americano

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Silvia Sardone molesta donna musulmana e la sua figlia minore per strada, la comunità islamica si mobilita

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • La misura è colma

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • L’odio anti islamico dilaga ma tutto sembra concesso

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Terrorismo islamofobo UK: uomo con machete ferisce 5 persone con machete e Edinburgo

    0 shares
    Share 0 Tweet 0

Connect with us

La Luce

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.

Navigo il sito

  • Redazione
  • Contatti

Seguici

No Result
View All Result
  • Chi siamo
  • Editori della Luce
  • Sostienici
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.

×