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Home Arabia Saudita

Il preludio ad una NATO sunnita dopo la vittoria dell’Iran: perché Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia cercano una deterrenza fuori dall’ombrello americano

by Sabri Ben Rommane
Giugno 24, 2026
in Arabia Saudita, Egitto, Geopolitica, Islam, Israele, Pakistan, Politica, Politics, Prima Pagina, Qatar, Siria, Trump, Turchia, USA
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Il preludio ad una NATO sunnita dopo la vittoria dell’Iran: perché Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia cercano una deterrenza fuori dall’ombrello americano
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Dopo la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, Riyadh non guarda più soltanto a Washington. Il patto con il Pakistan e il riavvicinamento con Turchia ed Egitto indicano la nascita di una nuova potenziale architettura di sicurezza regionale, pensata per contenere Teheran senza dipendere completamente dagli Stati Uniti.

La nuova cooperazione tra Arabia Saudita, Pakistan, Egitto, Turchia e altri attori regionali non va letta come una semplice “alleanza islamica”. Non è, almeno per ora, una NATO musulmana. È qualcosa di più pragmatico e, forse, più importante: un sistema di assicurazioni incrociate tra potenze che hanno interessi diversi, ma una stessa paura strategica.

La paura si chiama Iran.

Dopo mesi di escalation regionale, l’Iran ha dimostrato un dato che a Riyadh, Ankara e Islamabad non può essere ignorato: anche sotto attacco diretto di Israele e Stati Uniti, Teheran non è stata neutralizzata. Ha subito colpi pesanti, ma non è collassata. Ha conservato capacità missilistiche, reti proxy, influenza su più fronti e la possibilità di minacciare il traffico energetico nel Golfo e nello Stretto di Hormuz.

Questo è il punto centrale.

Per anni, l’architettura di sicurezza del Golfo si è basata su una formula semplice: petrolio, basi americane, armi occidentali e protezione statunitense. Ma la guerra con l’Iran ha mostrato i limiti di quel modello. Gli Stati Uniti possono colpire. Israele può colpire. Ma nessuno dei due può garantire da solo che l’Iran smetta di essere una minaccia strutturale per le monarchie del Golfo.

Anzi, il risultato politico della crisi è stato ambiguo: l’Iran è stato danneggiato, ma è rimasto in piedi. E un Iran che sopravvive a un attacco congiunto israelo-americano diventa, agli occhi dei suoi rivali regionali, ancora più pericoloso. Non perché invincibile, ma perché resiliente.

A rendere il quadro più complesso c’è la Cina. Pechino non è entrata in guerra per difendere Teheran, né vuole trasformare l’Iran in un alleato militare formale. Ma la Cina resta il principale sbocco economico dell’Iran, soprattutto sul fronte petrolifero, e rappresenta per Teheran una profondità strategica fondamentale: mercato, tecnologia, diplomazia, copertura politica parziale e capacità di ridurre l’isolamento internazionale.

Questo non significa che l’Iran sia un satellite cinese. Significa che non è solo.

Ed è proprio questo che spaventa Riyadh.

L’Arabia Saudita vede davanti a sé un Iran ancora armato, ancora connesso alla Cina, ancora capace di muovere Hezbollah, milizie irachene, Houthi e altri attori regionali. Vede un Israele sempre più libero di colpire oltre i propri confini. Vede un’America potente ma imprevedibile, oscillante tra escalation militare, accordi improvvisi e pressioni interne. E conclude che non può più affidare la propria sicurezza a un solo garante.

Il patto di mutua difesa firmato con il Pakistan nel settembre 2025 va interpretato in questo quadro. L’accordo stabilisce che un’aggressione contro uno dei due Paesi sarà considerata un’aggressione contro entrambi. È una formula pesante, perché il Pakistan non è un partner qualsiasi: è una potenza nucleare, ha una tradizione militare consolidata, dispone di un esercito numeroso e ha storicamente fornito addestramento e supporto alla sicurezza saudita.

Il messaggio a Teheran è evidente: se l’Iran minaccia direttamente il territorio saudita, Riyadh non vuole apparire sola. Il messaggio a Washington è più sottile: l’Arabia Saudita resta legata agli Stati Uniti, ma sta diversificando le garanzie di sicurezza. Il messaggio a Israele è altrettanto chiaro: il Golfo non accetterà passivamente di diventare il campo di battaglia permanente di una guerra regionale decisa da altri.

La Turchia si inserisce in questo scenario con una logica diversa. Ankara non è formalmente parte del patto saudita-pakistano, ma condivide l’interesse a limitare sia l’espansione iraniana sia l’eccessiva libertà d’azione israeliana nella regione. La Turchia ha una forte industria militare, droni, intelligence, capacità operativa in Siria, Iraq, Libia e Caucaso. L’Arabia Saudita ha capitale, peso energetico, influenza religiosa e bisogno di tecnologia militare autonoma. La convergenza è naturale: Riyadh cerca deterrenza, Ankara cerca centralità.

Il terreno più immediato è la difesa: droni, sistemi antimissile, intelligence, industria militare, addestramento e coordinamento. Il secondo terreno è la Siria, dove la caduta dell’equilibrio precedente ha aperto una competizione diretta sul futuro del Paese. Il terzo è il Golfo, dove qualsiasi crisi con l’Iran si trasforma immediatamente in crisi energetica globale.

Questa nuova architettura non nasce quindi dall’ideologia. Nasce dal vuoto. Il vuoto lasciato dalla perdita di fiducia nell’ombrello americano. Il vuoto creato dall’incapacità di Israele e Stati Uniti di cancellare la minaccia iraniana, nonostante la superiorità militare. Il vuoto aperto dalla crescita della Cina come retroterra economico dell’Iran. Il vuoto politico di un mondo multipolare in cui nessuna potenza riesce più a imporre da sola l’ordine regionale.

Per questo Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia si muovono. Non perché abbiano improvvisamente gli stessi interessi. Non li hanno. Riyadh teme l’Iran ma non vuole una guerra totale. Ankara compete con Teheran ma commercia anche con essa. Islamabad ha legami con Riyadh ma deve gestire il proprio confine e la propria relazione con l’Iran. Nessuno vuole farsi trascinare in un conflitto aperto.

Ma tutti vogliono aumentare il costo di un’aggressione iraniana. Questa è la parola chiave: deterrenza.

Non una guerra contro l’Iran, ma un messaggio: il Golfo non è più un bersaglio isolato. L’Arabia Saudita non è più soltanto un cliente militare degli Stati Uniti. La Turchia non è più solo un attore NATO periferico. Il Pakistan non è più soltanto una potenza dell’Asia meridionale. Insieme, anche senza un’alleanza formale piena, possono creare una rete di pressione che modifica i calcoli di Teheran.

Il rischio è evidente: più deterrenza può significare più stabilità, ma anche più militarizzazione. Se ogni attore regionale costruisce una propria garanzia di sicurezza, il Medio Oriente può diventare un sistema di alleanze flessibili, opache, difficili da controllare. Un incidente nel Golfo, un attacco di una milizia, un errore di calcolo nello Stretto di Hormuz potrebbero trascinare attori esterni in una crisi molto più ampia.

Ma dal punto di vista saudita, il rischio dell’inazione è ormai più grande.

La guerra ha mostrato che l’Iran può essere colpito senza essere sconfitto. Che la Cina può sostenerlo senza esporsi troppo. Che gli Stati Uniti possono intervenire senza voler garantire un ordine duraturo. Che Israele può agire militarmente senza risolvere il problema strategico. E che i Paesi del Golfo rischiano di pagare il prezzo più alto di ogni escalation.

È da questa consapevolezza che nasce il nuovo asse. Non un’alleanza romantica tra Paesi musulmani. Non una dichiarazione ideologica contro l’Occidente. Ma una risposta fredda a una realtà nuova: l’Iran è ancora in piedi, la Cina gli offre profondità, gli Stati Uniti non bastano più e il Golfo non vuole restare solo.

Se questa architettura diventerà una vera alleanza o resterà una rete di accordi paralleli dipenderà dai prossimi mesi. Ma una cosa è già chiara: il Medio Oriente del dopo-guerra non tornerà al vecchio equilibrio. Riyadh ha capito che la protezione americana non è più sufficiente. Ankara ha capito che può vendere sicurezza oltre che influenza. Islamabad ha capito che il proprio peso nucleare può diventare moneta geopolitica. Cairo ha capito che all’interno di un quadro di cooperazione più ampio potrà ottenere benefici maggiori per accordi politici e commerciali (basti vedere il ruolo chiave già occupato negli ultimi anni come tramite di negoziazioni di alto livello dopo 7 ottobre).

Teheran, pur ferita, ha dimostrato di avere le carte in regola per un’egemonia regionale  e ha confermato di essere l centro attorno a cui tutti gli altri sono costretti a riorganizzarsi.

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Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è vicedirettore de La Luce News, attivista per i diritti dei musulmani e autore. Nei suoi libri affronta temi di filosofia, fede, ragione e critica del presente. Tra le sue opere più rilevanti figurano Deus ex logica. Le più forti argomentazioni filosofiche sull’esistenza di Dio; Il teologo autodidatta, romanzo grafico ispirato al classico medievale di Ibn Nafis; e Dalla rabbia e l’orgoglio all’umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale. La sua scrittura unisce ricerca intellettuale, sensibilità spirituale e impegno civile.

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