Teheran, 6 luglio 2026. Sono le 7.30 del mattino e il termometro dell’orologio segna già trentotto gradi. Manca il respiro, l’asfalto sfrigola sotto le scarpe mentre il sole si leva alto, rapido sulla città. Si resiste, nonostante tutto, con la consapevolezza che il caldo è solo uno dei tanti elementi secondari di queste giornate di lutto, diluito com’è nel mare di dolore che il popolo iraniano si prepara a riversare per le strade della capitale. Il viale Valiasr, l’arteria principale che taglia praticamente in due la città, è già un lungo fiume umano intriso del rosso delle bandiere che lo punteggiano: quelle della vendetta, che richiamano la memoria dell’imam Husayn, simbolo del sacrificio per la giustizia nella tradizione sciita, oggi assunte a vessillo contro la tirannide occidentale e il “Grande Satana” israeliano. Tra di esse, la bandiera nazionale della Repubblica Islamica e, immancabile, quella gialla di Hezbollah.
A Teheran ci sono tutti: donne, uomini, bambini, anziani. Il popolo iraniano è sceso in strada in massa per piangere il martirio dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel bombardamento israelo-statunitense del 28 febbraio scorso, in una settimana di lutto nazionale che appare però subito evidente non essere un funerale qualunque. La memoria del leader scomparso diventa infatti occasione di mobilitazione politica e religiosa, e nel giro di poche ore la capitale si paralizza. Centinaia di migliaia di persone invadono ogni incrocio, ogni piazza, ogni strada laterale del centro, mentre dagli altoparlanti e dalla folla si levano due soli slogan, distinti e ripetuti: “Morte all’America”, “Morte a Israele”. Qui oggi il lutto si fa orgoglio, il dolore promessa di vendetta.
Secondo le stime diffuse dalle autorità iraniane e rilanciate dalla stampa di Stato, per l’intero arco delle cerimonie, previste dal 4 al 9 luglio, potrebbero partecipare tra i 15 e i 20 milioni di persone. Cifre difficili da verificare in modo indipendente; alcune immagini aeree e i dati operativi diffusi dall’agenzia Tasnim (come i 7 milioni di accessi alla metropolitana registrati durante i primi giorni delle celebrazioni) confermerebbero un’affluenza straordinaria che le autorità quantificano attorno ai 15 milioni. Non è chiaro se queste stime si riferiscano a partecipazioni in ambito cittadino o nazionale, perché Teheran non è certo l’unico centro di mobilitazione; a Qom, capitale religiosa dello sciismo iraniano, il dolore assume un significato ancora più profondo. Qui sarà trasferita la salma del compianto leader supremo, e il racconto entrerà in una nuova fase. La città santa dello sciismo accoglierà il feretro come si accoglie un passaggio di storia e di fede, un’estensione naturale di un lutto che diventa rito collettivo ma anche disciplina politica e affermazione identitaria. Poi toccherà alle altre tappe previste dal calendario delle cerimonie, fino alla sepoltura finale, con il Paese che continuerà a muoversi come un solo corpo attorno alla figura del leader scomparso, in folle imponenti che riempiono gli spazi urbani; come le preghiere nelle moschee, le vie si riducono a corridoi tra le file dei musulmani.
Quelle che si raccolgono sono allora immagini e video che difficilmente raggiungeranno indenni l’Occidente. Lo faranno, certamente, ma filtrate e inserite in cornici narrative cronicistiche, incapaci di restituire la dimensione reale dell’evento, la portata simbolica e politica di una manifestazione che il popolo iraniano sente di dover imprimere nella memoria, propria e del mondo. Camminare per le strade di Teheran oggi significa toccare con mano la dignità di un popolo che rifiuta di piegarsi alle logiche e dinamiche occidentali di potere; che non fa sconti a nessuno e nonostante i suoi vertici siano stati decapitati, rinasce come un’araba fenice dalle proprie ceneri, ogni volta più forte, più determinato. Il popolo iraniano è tutto qui: nelle lacrime di giovani e vecchi, nelle grida delle donne vestite a lutto che a testa alta marciano per la città, l’effige di Khamenei in una mano e il pugno alzato al cielo. Emozioni che a stento si riesce a raccontare, ma che scorrono vive nella mente e rapide nel cuore. Qui dove l’occhio dell’Occidente vede solo un nemico, il mondo si capovolge e improvvisamente tutto appare distante, tutto acquisisce un nuovo significato. La storia parla per le strade di questo paese e inneggia alla battaglia, ma lo fa con un altro linguaggio: quello della comunità, della memoria e della resistenza. Se questi funerali parlano così forte è anche perché vogliono spezzare la cornice narrativa costruita per anni da Washington e Tel Aviv, restituendo l’immagine di una nazione che, nel lutto, rivendica la propria voce e prova a consegnare al mondo un messaggio di verità e speranza di libertà dal giogo imperialista.
Nel frattempo, sotto il sole di Teheran, non c’è ombra di manifestanti anti-regime. Qualcuno suggerisce che un milione di giovani si è reso disponibile a combattere in caso di invasione statunitense. All’eco delle prime bombe sul porto di Bandar Abbas, tutti sanno che la guerra è ripresa. Tutti sanno che l’Iran è pronto.




