Lindsey Graham è morto a 71 anni. Il senatore repubblicano della Carolina del Sud, una delle voci più influenti e aggressive della politica estera statunitense, è scomparso l’11 luglio 2026 dopo una breve e improvvisa malattia. Sono arrivate, come accade alla morte di ogni uomo potente, le dichiarazioni di cordoglio, i ricordi degli amici, gli elogi dei colleghi e le formule prudenti delle istituzioni.
Ma il rispetto per la morte non comporta l’assoluzione della vita pubblica.
E quella di Lindsey Graham è stata anche la storia di un uomo che ha trasformato la distruzione di massa in un linguaggio politico ordinario: una possibilità da evocare negli studi televisivi, una soluzione da presentare come razionale, una dimostrazione di forza da vendere all’opinione pubblica.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, mentre il governo israeliano preparava l’offensiva contro una delle popolazioni più densamente concentrate del mondo, Graham dichiarò che gli Stati Uniti e Israele si trovavano in una «guerra religiosa». Poi indicò la sua soluzione: Israele avrebbe dovuto fare tutto ciò che riteneva necessario e «radere al suolo» Gaza.
Non fu un’espressione isolata pronunciata nell’agitazione del momento. Poche settimane dopo, quando gli venne domandato se esistesse un numero di vittime civili oltre il quale avrebbe iniziato a mettere in discussione la strategia militare israeliana, Graham rispose di no. Aggiunse che Israele avrebbe dovuto tentare di limitare le vittime, ma rifiutò di indicare qualsiasi soglia capace di cambiare il suo sostegno alla guerra.
Era la traduzione politica di un principio semplice e terribile: nessun numero di morti palestinesi sarebbe stato sufficiente.
Nel maggio del 2024 Graham andò ancora oltre. Per contestare la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere l’invio di alcune bombe a Israele, invocò Hiroshima e Nagasaki. Sostenne che sganciare le bombe atomiche sul Giappone fosse stata «la cosa giusta» e invitò Washington a fornire a Israele gli ordigni necessari per concludere la guerra. Il riferimento non era una distratta analogia storica: era un argomento morale in difesa della violenza illimitata.
Graham non era un generale sul campo e non premeva personalmente i pulsanti che liberavano le bombe. Il suo compito era diverso: rendeva quella violenza presentabile. Le offriva una giustificazione, una grammatica e una rispettabilità istituzionale. Trasformava la devastazione di intere città in una lezione di storia e la morte dei civili in una variabile secondaria della strategia.
È questo il ruolo che troppo spesso viene nascosto dietro la parola “falco”.
“Falco” è un termine elegante. Suggerisce determinazione, fermezza, visione strategica. Evita di mostrare i corpi sotto le macerie, i bambini amputati, le famiglie cancellate e gli ospedali senza elettricità. Consente di raccontare l’apologia dei bombardamenti come se fosse semplicemente una scuola di pensiero tra le altre.
Ma le parole hanno un significato. Quando un rappresentante politico chiede di radere al suolo un territorio abitato da milioni di persone, rifiuta di riconoscere un limite alle vittime civili e usa Hiroshima e Nagasaki come precedenti rassicuranti, non sta esprimendo soltanto una posizione “dura”. Sta contribuendo a costruire il consenso necessario perché la sofferenza di massa venga accettata, normalizzata e infine dimenticata.
Non occorre inventare a Graham una diagnosi psichiatrica. Non occorre attribuirgli condanne penali mai pronunciate. Bastano le sue dichiarazioni, ripetute davanti alle telecamere e conservate negli archivi.
Ed è precisamente per questo che la sua morte non deve trasformarsi nell’ennesima operazione di riciclaggio della memoria.
Si possono rispettare il lutto privato e il dolore delle persone che gli sono state vicine. Si può riconoscere che ogni essere umano è più complesso della sua peggiore dichiarazione. Ma il cordoglio personale non obbliga alla falsificazione politica. La morte interrompe una biografia; non cancella le responsabilità, non restituisce la vita alle vittime e non rende improvvisamente nobili le idee sostenute dal defunto.
Nei necrologi ufficiali Lindsey Graham verrà ricordato come un patriota, un abile comunicatore, un protagonista del Senato e un instancabile difensore degli alleati degli Stati Uniti. Alcuni colleghi democratici hanno già sottolineato la sua disponibilità occasionale alla collaborazione bipartisan, pur riconoscendone il carattere profondamente polarizzante.
Tutto questo può far parte del racconto. Ma non può essere l’intero racconto.
L’altro Lindsey Graham è l’uomo che vide una popolazione intrappolata sotto le bombe e chiese di spianare il luogo in cui viveva. È il politico che, davanti alla prospettiva di un numero crescente di civili uccisi, non seppe o non volle indicare alcun limite. È il senatore che utilizzò la distruzione atomica di due città come giustificazione per consegnare altre bombe.
La storia giudicherà quale dei due ritratti sia più importante.
Per molti, la risposta è già chiara: Lindsey Graham è stato uno dei più feroci apologeti della violenza di Stato del nostro tempo. Un uomo capace di parlare di annientamento con il tono controllato di chi discute una voce di bilancio. Il male, talvolta, non grida e non porta un’uniforme.
Talvolta indossa una giacca, annoda con cura la cravatta e si presenta davanti a una telecamera.


