Dopo aver definito un tentativo di “imbavagliarla” l’esposto presentato contro di lei, l’eurodeputata della Lega ricorre alla giustizia contro il direttore editoriale de La Luce per un articolo di critica politica. Affronteremo la denuncia nel merito, senza ritirare una parola dalla nostra funzione di giornale
Silvia Sardone ha denunciato Davide Piccardo, direttore editoriale de La Luce, in relazione all’articolo “La misura è colma”, pubblicato il 15 giugno 2026.
La denuncia riguarda dunque un articolo apparso su questo giornale e investe direttamente il suo direttore editoriale. Non abbiamo intenzione di nasconderci dietro una presunta neutralità: siamo parte della vicenda e lo dichiariamo apertamente.
Saremo altrettanto chiari sul resto.
Silvia Sardone ha il diritto di rivolgersi alla magistratura qualora ritenga che un articolo abbia leso i suoi diritti. Davide Piccardo e La Luce hanno il diritto di difendersi. Saranno le autorità competenti a valutare la fondatezza della denuncia e il contenuto delle espressioni contestate.
Non chiederemo immunità per il nostro direttore. Non delegittimeremo la giustizia. Non trasformeremo una denuncia in una condanna già pronunciata.
Ma non ritireremo neppure il giudizio politico alla base dell’articolo.
Prima i fatti
Il 12 giugno, a Torino, Silvia Sardone ha realizzato e diffuso un video nel quale affrontava per strada una donna musulmana che indossava il niqab e si trovava con la figlia piccola.
Nel filmato, la donna afferma di non voler essere ripresa e rivendica di avere scelto liberamente il proprio abbigliamento. Le riprese continuano. Sardone manifesta compassione per la bambina, associa il velo integrale a un «sacco della spazzatura» e invita la donna ad andare a Islamabad.
Non si trattava di una rappresentante politica, di una persona candidata a una funzione pubblica o di qualcuno che avesse scelto di partecipare a un confronto mediatico. Era una cittadina nella propria vita quotidiana, ripresa da un’eurodeputata dotata di un’enorme piattaforma comunicativa.
Il 15 giugno Davide Piccardo ha pubblicato su La Luce l’articolo “La misura è colma”. Il testo collegava quanto accaduto a Torino con altri due episodi avvenuti negli stessi giorni: l’incendio doloso davanti alla moschea Al-Hoda di Cagliari e i cori contro i musulmani durante il corteo per la “remigrazione” organizzato a Roma. L’articolo esponeva i fatti e formulava una tesi politica esplicita: quegli episodi dovevano essere letti nel contesto di un clima pubblico costruito attraverso anni di propaganda contro l’Islam e i musulmani.
Il testo non pretendeva di essere neutrale. Era un articolo di opinione, pubblicato nella sezione “Voci” e firmato dal direttore editoriale del giornale.
Un articolo di critica politica serve precisamente a questo: non soltanto a elencare gli avvenimenti, ma a interpretarli, collegarli e formulare un giudizio sulle responsabilità politiche.
La distinzione tra fatti e opinioni
“Silvia Sardone ha pubblicato un video” è un fatto.
“La donna ha chiesto di non essere ripresa” è un fatto verificabile nel filmato.
Il riferimento al «sacco della spazzatura» e l’invito ad andare a Islamabad sono elementi documentati del confronto.
Sostenere che quella condotta costituisca un’umiliazione pubblica, un’aggressione verbale o un uso propagandistico di una cittadina privata è un giudizio politico formulato a partire da quei fatti.
Allo stesso modo, collegare l’episodio al più ampio discorso anti-islamico della destra italiana è una tesi editoriale. Può essere condivisa, contestata, respinta o criticata. Non diventa illegittima semplicemente perché è sgradita alla persona cui si riferisce.
La libertà di stampa non protegge soltanto le cronache asettiche o le opinioni formulate con parole innocue. L’articolo 21 della Costituzione tutela il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Questa libertà non è illimitata. La giurisprudenza richiede che l’esercizio della cronaca e della critica si fondi sull’interesse pubblico, su un nucleo fattuale vero e su modalità espressive che non degenerino nell’aggressione personale priva di rapporto con il tema discusso. Nel caso della critica politica, il suo fondamento risiede anche nell’interesse dell’opinione pubblica al controllo democratico dell’operato degli esponenti politici e degli amministratori pubblici.
È su questo terreno che risponderemo.
Nel merito, con i fatti, con il testo dell’articolo e con gli strumenti del diritto.
Il paradosso dell’“imbavagliamento”
Il 29 giugno, dieci cittadini e rappresentanti associativi hanno depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Milano, alla Questura, ai Carabinieri e al Garante per la protezione dei dati personali.
Tra i firmatari figura lo stesso Davide Piccardo.
L’esposto chiede alle autorità di valutare le modalità con cui la donna è stata ripresa, incalzata ed esposta sui social, nonostante il dissenso manifestato, e di verificare possibili profili riguardanti la dignità della persona, la discriminazione religiosa, la privacy e la tutela della minore.
Sardone ha reagito sostenendo che qualcuno volesse trascinarla in tribunale per fermare le sue campagne e “imbavagliare chi denuncia l’islamizzazione”.
Oggi la stessa esponente politica ricorre agli strumenti giudiziari contro il direttore del giornale che ha criticato il suo comportamento.
Anche questo è un suo diritto.
Ma il diritto non cambia natura a seconda di chi lo esercita.
Se rivolgersi alla magistratura significa “imbavagliare” quando a farlo sono dieci cittadini, allora la stessa definizione dovrebbe valere quando a presentare una denuncia è un’eurodeputata contro un giornalista.
Se, invece, presentare una denuncia significa chiedere legittimamente alla giustizia di valutare un comportamento, allora non era censura neppure l’esposto contro Sardone.
Non è una questione emotiva. È una semplice esigenza di coerenza logica.
Noi sosteniamo la seconda interpretazione.
L’esposto dei dieci firmatari non era una sentenza e non impediva a Sardone di continuare a parlare. La denuncia contro Piccardo non è una sentenza e non impedirà a La Luce di continuare a pubblicare.
Il potere deve accettare la critica
Silvia Sardone non è una cittadina privata sorpresa nella propria quotidianità.
È un’eurodeputata, una dirigente nazionale della Lega e una figura politica che ha costruito una parte rilevante della propria comunicazione pubblica sul tema dell’Islam, dell’immigrazione e del velo.
Le sue iniziative sono quindi, per definizione, materia di interesse pubblico.
Chi ricopre incarichi istituzionali ha il diritto di difendere il proprio onore. Ma è anche sottoposto a un livello di scrutinio politico più intenso rispetto a una persona privata. È una conseguenza necessaria della funzione esercitata, del potere posseduto e della capacità di incidere sul dibattito pubblico.
Un’eurodeputata può criticare duramente una religione, una comunità o un indumento. Un giornale deve poter criticare duramente il modo in cui l’eurodeputata esercita il proprio ruolo.
Non esiste un diritto della politica a parlare senza essere contraddetta.
Non esiste un diritto a definire una donna un simbolo di sottomissione, pubblicarne le immagini e poi pretendere che il metodo utilizzato non sia sottoposto a giudizio pubblico.
Non esiste neppure un diritto del giornalista all’impunità. Esiste però il diritto e il dovere di raccontare, verificare, interpretare e criticare il potere.
È questo il punto che difenderemo.
Essere di parte non significa alterare i fatti
La Luce è un giornale dichiaratamente impegnato nella rappresentazione delle comunità musulmane e nella denuncia dell’islamofobia.
Non lo abbiamo mai nascosto.
Essere di parte, nel senso più nobile e trasparente del termine, non significa inventare i fatti. Significa dichiarare il punto di osservazione dal quale li si analizza.
La nostra credibilità non deriva da una neutralità inesistente. Deriva dalla possibilità offerta ai lettori di distinguere chiaramente la cronaca dal commento, i fatti documentati dalle interpretazioni e le responsabilità accertate da quelle sottoposte al vaglio delle autorità.
Non affermiamo che Davide Piccardo abbia già ragione in sede giudiziaria soltanto perché è il nostro direttore.
Affermiamo che l’articolo trattava una questione di evidente interesse pubblico, riguardava il comportamento politico e comunicativo di un’esponente istituzionale e formulava una critica riconoscibile come tale.
Difenderemo questa posizione davanti a chiunque sia chiamato a valutarla.
Non ci tireremo indietro
La denuncia sarà affrontata con serietà.
Gli avvocati esamineranno gli atti. Davide Piccardo risponderà nelle sedi competenti. La Luce sosterrà il proprio direttore e tutelerà il lavoro della redazione.
Non useremo la denuncia per costruire una posa da martiri della libertà di espressione.
Ma non consentiremo neppure che il costo economico e personale di una controversia giudiziaria produca l’effetto di rendere più prudente, più docile o più silenzioso questo giornale.
Sostieni il fondo legale per la donna col niqab e per la difesa di chi ha scelto di non tacere: ogni contributo aiuta La Luce ad affrontare questa battaglia nelle sedi competenti.
Continueremo a raccontare le iniziative di Silvia Sardone quando avranno rilievo pubblico.
Continueremo a criticare la propaganda contro i musulmani.
Continueremo a documentare le discriminazioni.
Continueremo a distinguere ciò che è stato accertato da ciò che deve ancora essere verificato.
Continueremo a correggere eventuali errori fattuali quando saranno dimostrati.
Non confonderemo, però, una contestazione con una smentita, una denuncia con una condanna o il potere di iniziare un procedimento con il potere di stabilire la verità.
La verità dei fatti si verifica.
Le opinioni politiche si discutono.
Le responsabilità penali le stabiliscono i giudici.
Il lavoro dei giornalisti è fare in modo che il potere, nel frattempo, non resti senza domande.
È quello che ha fatto Davide Piccardo.
È quello che continuerà a fare La Luce.




