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Abderrahim Fakir: quando la politica è solo show a morire sono sempre i poveri

by Davide Piccardo
Luglio 21, 2026
in Italia, Prima Pagina
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Abderrahim Fakir: quando la politica è solo show a morire sono sempre i poveri
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Abderrahim Fakir aveva quarantadue anni, era arrivato in Italia da bambino, era cresciuto a Bologna, lavorava in una ditta di facchinaggio. Chi lo conosceva lo descrive come un uomo gentile, un “bonaccione”, incapace di far del male a qualcuno. Domenica pomeriggio, al Pilastro, qualcuno lo ha visto in stato di agitazione e ha chiamato la polizia. Poco dopo, Abderrahim Fakir era morto, ammanettato a terra, mentre chiedeva aiuto.

Alla famiglia di Abderrahim, nostro fratello, va, prima di ogni altra parola, la vicinanza di questo giornale. Non è retorica: è il minimo che si deve a chi ha perso un fratello, un figlio, in circostanze che restano da chiarire e che nessuna analisi politica può addolcire.

Ma proprio per rispetto a lui e alla sua famiglia, dobbiamo avere il coraggio di raccontare questa storia per quello che è, senza le scorciatoie che la cronaca di questi giorni ci sta proponendo da entrambe le parti: né la caccia al poliziotto assassino, né la difesa d’ufficio delle forze dell’ordine come se fossero un corpo estraneo alla società che le esprime.

Un uomo fragile, non un nemico

Dalle prime ricostruzioni emerge un dato che dovrebbe essere al centro di tutto e che invece rischia di scomparire sotto lo scontro ideologico: Fakir era, con ogni evidenza, un uomo in crisi psichiatrica. Non un delinquente, non un aggressore lucido, non una minaccia da neutralizzare. Un uomo che stava male e che aveva bisogno di essere aiutato, non immobilizzato a faccia in giù per minuti interi da agenti in tenuta antisommossa mentale, prima ancora che fisica.

Questo è il primo, enorme fallimento della vicenda: in Italia, quando una persona ha una crisi psichiatrica in strada, la prima e spesso unica risposta che lo Stato sa offrire è quella repressiva. Non esistono squadre specializzate, non esistono protocolli sanitari di primo intervento diffusi e capillari, non esiste una vera rete territoriale di salute mentale efficace, capace di intercettare il disagio prima che diventi emergenza da codice rosso. Ma soprattutto oggi non esistono non solo le politiche ma nemmeno la politica. Esiste la polizia, chiamata a fare ad affrontare i problemi causati dalla mancanza di Stato e dalla volontà della politica di perpetuare e sfruttare le problematiche sociali trasformandole in conflitto.

Il vero imputato è altrove

Abbiamo il dovere di essere onesti fino in fondo, anche a costo di risultare scomodi a chi in queste ore chiede solo un colpevole con la divisa addosso. Gli agenti intervenuti domenica non sono la causa di questa tragedia: ne sono, semmai, l’ultimo anello di una catena di responsabilità che parte molto più in alto e molto più lontano da via Svevo.

Sono anni che si tagliano i servizi di salute mentale territoriale. Sono anni che si smantella, pezzo per pezzo, tutto ciò che potrebbe fare da cuscinetto tra il disagio sociale e l’intervento di polizia: consultori, centri diurni, equipe mobili, mediazione sociale nei quartieri. Sono anni che la politica, di destra come di un certo centrosinistra, preferisce investire in telecamere, decreti sicurezza e norme “scudo” per proteggere chi opera sul campo, piuttosto che in ciò che eviterebbe, a monte, che sul campo si debba intervenire con le fascette di plastica.

Gli agenti che hanno immobilizzato Fakir guadagnano poco, lavorano turni massacranti, non hanno quasi mai una formazione adeguata a gestire una crisi psichiatrica in strada, e sono mandati, spesso senza supporto sanitario immediato, a fare da argine a tutto ciò che la società scarta: la povertà, la marginalità, la malattia mentale non curata, la rabbia sociale. Chiedere a un poliziotto sottopagato e sotto organico di fare, in pochi minuti e senza strumenti, il lavoro che dovrebbe essere di uno psichiatra, di un assistente sociale, di un mediatore, è una forma di violenza istituzionale che si scarica su due categorie di persone: chi sta male e chi è mandato a “gestirlo”. Questo non significa che non ci siano responsabilità imputabili agli agenti, che hanno ignorato ripetutamente la richiesta di aiuto di un uomo malato esercitando una forza innecessaria e dimostrando quantomeno una preparazione inesistente, queste responsabilità vanno sicuramente appurate. Questo significa che siamo chiamati ad analizzare la radice del problema.

La guerra tra poveri

Quello che si consuma in queste storie è, quasi sempre, uno scontro tra poveri. Chi muore in queste circostanze, italiano o straniero che sia, appartiene quasi sempre alle classi popolari. Non capita mai, per una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni editoriale, che sia il figlio di un imprenditore, di un magistrato, di un parlamentare a finire ammanettato a terra durante una crisi. Ed è purtroppo anche molto probabile che gli agenti trattino diversamente un uomo con la pelle scura e il nome arabo perché la xenofobia e l’islamofobia seminate per decenni hanno prodotto molti frutti avvelenati.  Ma sappiamo anche chi indossa la divisa, chi si trova ogni giorno a contatto con degrado, violenza e sofferenza psichica per uno stipendio da millequattrocento euro, viene anch’esso, nella stragrande maggioranza dei casi, dalle stesse classi sociali di chi finisce dall’altra parte delle manette.

Questo non è un dettaglio: è la chiave di lettura che la propaganda politica, di destra soprattutto ma non solo, ha tutto l’interesse a nascondere. È molto più comodo, per chi governa da anni senza affrontare seriamente la questione sociale, mettere gli ultimi contro gli ultimi, i poveri italiani contro i poveri immigrati, i cittadini esasperati contro le forze dell’ordine esauste, piuttosto che spiegare perché la sanità pubblica, la scuola e i servizi sociali sono ridotti così.

Un dato scomodo da affrontare

Se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo anche avere il coraggio di dire una cosa che preferiremmo evitare, tanto quanto la destra preferisce strumentalizzarla: per ragioni che sono innanzitutto socio-economiche, marginalità abitativa, disoccupazione, mancata integrazione scolastica e lavorativa, ghettizzazione urbana, l’incidenza di determinati fenomeni di disagio e microcriminalità è, in alcune comunità straniere presenti in Italia, più alta rispetto a quella italiana e rispetto a quella di altri gruppi etnici. È un dato che va affrontato, non negato per timore di alimentare la retorica xenofoba, e che allo stesso tempo va spiegato per quello che è: la conseguenza di un determinato contesto socio-politico del paese di appartenenza, della qualità specifica dell’immigrazione da quei paesi rispetto ad altri, di politiche fallite o mai davvero tentate in Italia, non certo un tratto etnico o religioso da estendere ad un’intero popolo, però il dato esiste. Chi vuole ridurlo a “natura” di un popolo sta solo strumentalizzando, chi invece finge che non esista, regala argomenti proprio a chi specula. Nel frattempo, la criminalità che conta davvero, quella della mafia, quella dei colletti bianchi, quella che sposta miliardi, resta sistematicamente fuori da ogni titolo di giornale e da ogni comizio.

“Uno di meno”

C’è infine un ultimo dato, il più triste di tutti, ed è il clima. Sotto le notizie di questi giorni, tra i commenti più ricorrenti sui social, si legge la frase “uno di meno”. Tre parole che dicono più di mille analisi sul livello di disumanizzazione che certa comunicazione politica è riuscita a costruire in questi anni, campagna elettorale dopo campagna elettorale, decreto sicurezza dopo decreto sicurezza, notiziario dopo notiziario in cui lo straniero è sempre e solo un pericolo, mai un lavoratore, un vicino di casa, un uomo fragile che chiede aiuto.

Chi ha coltivato sistematicamente l’odio come strumento di consenso ha oggi una responsabilità enorme in quello che è successo domenica al Pilastro, e in quello che, se non cambia radicalmente rotta, succederà ancora. Non servono nuovi scudi legali per chi opera sul campo: serve uno scudo sociale, vero, fatto di servizi, di formazione, di investimenti, che protegga insieme chi soffre e chi è chiamato, senza strumenti adeguati, a intervenire quando quella sofferenza esplode in strada.

Abderrahim Fakir non era un nemico. Era un uomo che soffriva, in un Paese che non ha saputo, ancora una volta, aiutarlo prima che fosse troppo tardi.

Tags: Abderrahim FakirBolognapolizia
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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