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Per chi voteranno i musulmani italiani? La lezione che arriva dall’America

by Brahim Baya
Agosto 26, 2026
in Italia, Mondo, Politica, Prima Pagina, USA
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Per chi voteranno i musulmani italiani? La lezione che arriva dall’America
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Per chi voteranno i musulmani italiani? La lezione che arriva dall’America. Mamdani ed El-Sayed mostrano che la sfida non è costruire un voto comunitario, ma una proposta capace di parlare all’intera società.

Francesco Tieri ha posto su queste pagine una questione che merita di essere raccolta e approfondita: quale ruolo politico possono avere i musulmani italiani alla vigilia delle prossime elezioni, comunali e parlamentari del 2027? Nel suo articolo individua un dato difficilmente contestabile: la presenza musulmana in Italia non è più soltanto una realtà religiosa o migratoria, ma è progressivamente anche una realtà civica ed elettorale. Centinaia di migliaia di cittadini musulmani votano, altri acquisiranno la cittadinanza nei prossimi anni, una nuova generazione è nata o cresciuta in questo Paese e considera ormai naturale partecipare alla sua vita pubblica.

Tieri mette inoltre in guardia dal rischio del “candidato musulmano vuoto a perdere”, scelto dai partiti più per intercettare un segmento elettorale che per la capacità di esprimere una proposta politica autonoma e credibile. È una preoccupazione che condivido.

Naturalmente, un tema così ampio non può essere esaurito in un solo articolo. Le questioni aperte sono molte: la partecipazione politica delle comunità islamiche, il rapporto con i partiti, la formazione di una classe dirigente, la rappresentanza, la cittadinanza e persino le diverse sensibilità politiche presenti tra gli stessi musulmani italiani. Vorrei qui soffermarmi soltanto su un aspetto, che considero però centrale.

Credo infatti che proprio gli esempi americani richiamati nell’articolo suggeriscano di spostare ulteriormente la domanda. Forse il punto non è tanto capire dove andrà il cosiddetto “voto musulmano”, quanto domandarci che cosa una nuova generazione di cittadini e politici musulmani possa portare alla società nella quale vive. La differenza può sembrare sottile, ma cambia radicalmente la prospettiva: nel primo caso immaginiamo una comunità che prende progressivamente coscienza del proprio peso numerico e cerca di trasformarlo in rappresentanza; nel secondo immaginiamo cittadini che, anche a partire dal proprio retroterra religioso e valoriale, elaborano una proposta politica rivolta all’intera società.

La lezione americana non è il “voto musulmano”

Negli Stati Uniti il fenomeno è ormai troppo ampio per essere ridotto a qualche caso isolato. Keith Ellison e André Carson, due afroamericani, hanno aperto la strada alla presenza musulmana al Congresso; successivamente Ilhan Omar, di origine somala, e Rashida Tlaib, di origine palestinese, sono diventate le prime donne musulmane elette alla Camera dei rappresentanti. Più recentemente l’attenzione internazionale si è concentrata su Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York, e su Abdulrahman El-Sayed, vincitore delle primarie democratiche per il Senato in Michigan e oggi in corsa per diventare il primo senatore musulmano della storia americana.

La vittoria di El-Sayed assume un significato ancora maggiore se si considera la quantità straordinaria di denaro mobilitata contro la sua candidatura: decine di milioni di dollari di spesa esterna, una parte consistente proveniente da gruppi legati alla lobby filo-israeliana AIPAC. Eppure non sono bastati a impedirne la vittoria. A questa generazione si aggiungono altre figure emergenti, tra cui Aisha Wahab, figlia di rifugiati afghani, eletta la scorsa settimana alla Camera dei rappresentanti nelle elezioni suppletive della California. Cambiano le storie personali, le posizioni e persino le sensibilità politiche, ma nel complesso emerge una generazione che considera ormai naturale aspirare ai livelli più alti della rappresentanza politica americana.

Leggere questo fenomeno semplicemente come crescita del “voto musulmano”, tuttavia, rischia di condurre a una conclusione sbagliata. I musulmani rappresentano circa l’1 per cento della popolazione adulta statunitense. Possono avere una presenza molto più significativa in determinate città o collegi e possono certamente risultare decisivi in competizioni particolarmente equilibrate, ma è evidente che nessun candidato può conquistare una città come New York o uno Stato come il Michigan rivolgendosi prevalentemente a loro.

La forza politica di figure come Mamdani ed El-Sayed consiste, semmai, nella capacità di fare esattamente il contrario: partire anche dalla propria esperienza di musulmani, figli dell’immigrazione e appartenenti a minoranze per costruire un linguaggio politico nel quale possano riconoscersi persone che non condividono né la loro religione né la loro origine. Un approfondimento di Al Jazeera dedicato proprio a questo nuovo fenomeno ha descritto il passaggio da una politica musulmana prevalentemente difensiva, concentrata sulla protezione della comunità dall’islamofobia e sulla richiesta di rappresentanza, a una politica che pretende di discutere il funzionamento stesso della società americana.[1]

È questa, a mio avviso, la lezione sulla quale dovremmo riflettere in Italia.

Un politico musulmano deve parlare all’Italia

La maturità politica dei musulmani italiani non si misurerà soltanto dal numero di consiglieri comunali, parlamentari o amministratori che riusciremo a eleggere. Naturalmente una maggiore rappresentanza sarebbe auspicabile e renderebbe le nostre istituzioni più simili alla società che dovrebbero rappresentare. Ma potremmo avere molti più eletti musulmani senza che questo produca necessariamente un contributo politico significativo.

Un candidato musulmano non può avere come orizzonte soltanto le questioni tradizionalmente associate alla propria comunità: immigrazione, moschee, luoghi di culto, alimentazione halal, islamofobia, riconoscimento giuridico dell’Islam. Sono questioni reali, irrisolte e sulle quali la politica italiana ha accumulato ritardi enormi. Ma non possono costituire l’intero programma politico di chi ambisce a rappresentare dei cittadini.

Un politico musulmano deve parlare all’Italia. Deve occuparsi di salari, sanità pubblica, scuola, casa, precarietà, periferie, disuguaglianze, ambiente, famiglia, libertà e politica internazionale. Deve saper parlare al lavoratore che non riesce più a sostenere il costo della vita, al giovane che considera inutile andare a votare, al malato che aspetta mesi per una visita medica, a chi vive nelle periferie e ha la sensazione di essere abbandonato dalle istituzioni. E deve riuscire a farlo senza rinunciare alla propria storia e ai propri valori.

È proprio qui che l’esperienza americana diventa particolarmente interessante. L’identità musulmana di questi candidati non scompare, ma smette di costituire il programma politico. Mamdani può essere apertamente musulmano, figlio dell’immigrazione e sostenitore della causa palestinese senza chiedere agli elettori di votarlo perché musulmano. La sua biografia e i suoi valori entrano piuttosto in una proposta più ampia, centrata sulla giustizia economica e sociale.

Non si tratta, quindi, di nascondere la propria fede per risultare accettabili. Al contrario, un politico musulmano dovrebbe poter dire con serenità che la propria fede, la propria storia e il proprio patrimonio morale contribuiscono a formare il suo sguardo sulla società. La questione decisiva è se da quello sguardo nasca una proposta capace di riguardare anche chi musulmano non è.

Tieri osserva giustamente che trasferire automaticamente questo modello in Italia sarebbe ingenuo. Gli Stati Uniti sono un Paese costruito dall’immigrazione, mentre l’Italia ha una storia diversa e il musulmano continua troppo spesso a essere utilizzato nel dibattito politico come uno spaventapasseri: l’immigrato, l’integralista, quello che vuole imporre la sharia o minacciare una presunta identità nazionale immutabile.

La differenza esiste e sarebbe sbagliato negarla. Ma non dovremmo neppure idealizzare il contesto americano. Mamdani, El-Sayed, Omar e Tlaib sono stati bersaglio di campagne durissime nelle quali la loro identità musulmana, le loro origini e le loro posizioni sulla Palestina sono state ripetutamente utilizzate per suscitare paura e delegittimarli. L’islamofobia non è dunque un ostacolo esclusivamente italiano. La lezione americana è semmai che quell’ostacolo può essere affrontato senza rendere invisibile la propria identità e, soprattutto, senza accettare che siano gli avversari a decidere di che cosa un politico musulmano debba parlare.

Quando una causa “musulmana” diventa una causa di tutti

La Palestina rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questo passaggio. Per molto tempo la questione palestinese è stata trattata, anche in Europa, quasi come una causa appartenente naturalmente agli arabi e ai musulmani. Gli ultimi anni hanno mostrato quanto questa rappresentazione sia ormai insufficiente.

La straordinaria mobilitazione italiana contro il genocidio a Gaza non è stata una mobilitazione esclusivamente, e neppure prevalentemente, musulmana. Nelle piazze abbiamo visto studenti, associazioni, sindacati, cattolici, ebrei critici delle politiche israeliane, giovani alla loro prima esperienza politica e moltissime persone senza alcuna appartenenza religiosa.

Dobbiamo avere anche l’onestà di riconoscere che, rispetto alla dimensione della tragedia, la presenza organizzata delle comunità islamiche italiane non è stata sempre all’altezza della mobilitazione che ci si sarebbe potuti aspettare. In molte manifestazioni la componente musulmana è stata minoritaria, mentre una parte consistente della mobilitazione è arrivata da settori della società civile non musulmana. Anche questo dovrebbe interrogarci sul livello di consapevolezza politica e civile delle nostre comunità.

Eppure proprio Gaza dimostra la forza che può acquisire una battaglia quando supera i confini comunitari. La Palestina ha parlato a una parte crescente della società italiana non perché sia diventata meno importante per i musulmani, ma perché è stata riconosciuta anche da altri come una questione universale di giustizia, diritto internazionale e credibilità morale delle nostre democrazie.

Le posizioni dei politici musulmani americani sulla Palestina e la loro opposizione all’influenza politica di AIPAC risultano particolarmente attrattive per settori giovani dell’elettorato democratico, per i quali Gaza è diventata una misura della credibilità politica dei candidati. Essi provano inoltre a collegare politica estera e politica interna, chiedendo perché miliardi di risorse pubbliche vengano destinati al sostegno militare di Israele mentre molte comunità americane affrontano problemi sociali irrisolti, a partire dalla sanità.

La lezione, anche qui, non è trasformare Gaza in uno strumento per mobilitare l’elettorato musulmano. È l’esatto contrario: essere capaci di trasformare una battaglia particolarmente sentita dai musulmani in un discorso universale sulla giustizia, condivisibile da milioni di persone indipendentemente dalla loro fede.

La vera sfida è riportare le persone alle urne

C’è un altro aspetto dell’esperienza americana che considero particolarmente rilevante per il nostro Paese. Una delle convinzioni più radicate nella politica tradizionale è che per vincere sia necessario conquistare l’elettore moderato che oscilla tra destra e sinistra. Mamdani ed El-Sayed hanno provato a contestare questa impostazione, rivolgendosi anche a un altro enorme spazio politico: quello costituito dalle persone che hanno semplicemente smesso di votare. L’obiettivo, secondo questa prospettiva, non è soltanto trasformare un elettore conservatore in progressista, ma trasformare un non elettore in elettore.

In Italia questo ragionamento dovrebbe interessarci ancora di più. Milioni di cittadini hanno abbandonato le urne. In un Paese nel quale fino a qualche decennio fa votava oltre l’80 per cento degli aventi diritto, oggi in molte consultazioni si fatica persino a raggiungere la metà. Una parte enorme della popolazione non crede più che votare possa modificare concretamente le proprie condizioni di vita. È probabilmente qui, più che nella costruzione di piccoli blocchi comunitari, che si trova la vera frontiera politica dei prossimi anni.

La domanda, allora, non è quale partito riuscirà a intercettare meglio il voto dei musulmani o dei nuovi cittadini, ma chi sarà capace di parlare a una società molto più vasta composta da persone che si sentono escluse, impoverite, deluse o semplicemente non rappresentate. Dentro quella società ci sono anche moltissimi musulmani, naturalmente, ma ci sono soprattutto milioni di loro concittadini con i quali condividono problemi, quartieri, scuole, luoghi di lavoro e spesso le stesse ingiustizie.

Non basta eleggere dei musulmani

È per questo che la questione posta da Tieri sul rischio del candidato musulmano scelto dai partiti semplicemente per raccogliere preferenze comunitarie mi sembra particolarmente importante. Non abbiamo bisogno semplicemente di candidati con nomi musulmani inseriti nelle liste per dimostrare la diversità di un partito. E non dovrebbe bastarci nemmeno eleggere persone che, una volta entrate nelle istituzioni, diventino perfettamente indistinguibili dagli apparati che le hanno candidate.

La maturità politica richiede qualcosa di più difficile: preparazione, autonomia, coraggio, rettitudine e coerenza. Chi entra in politica portando anche un patrimonio valoriale islamico dovrebbe essere capace di denunciare un’ingiustizia indipendentemente da chi la commette. Non può essere inflessibile quando governa l’avversario e improvvisamente prudente quando governa il proprio partito. Non può rivendicare libertà e dignità soltanto quando riguardano la propria comunità. Non può denunciare il razzismo contro i musulmani e ignorare quello rivolto contro altri.

E soprattutto non può sacrificare la propria autonomia di giudizio alla necessità di compiacere l’apparato che gli ha consentito di essere eletto. Su Gaza questa debolezza è emersa, purtroppo, anche tra alcuni rappresentanti politici musulmani in Italia: la prudenza richiesta dall’appartenenza partitica ha talvolta prevalso sulla capacità di esprimere con chiarezza ciò che le loro stesse comunità e una parte crescente dell’opinione pubblica chiedevano. Negli Stati Uniti alcune delle figure musulmane oggi più riconoscibili hanno mostrato, al contrario, che è possibile appartenere a un partito e contemporaneamente sfidarlo, anche duramente, quando si ritiene che una questione di giustizia lo richieda. È forse questa autonomia, prima ancora dell’identità religiosa, una delle lezioni più importanti da importare.

È qui che una presenza musulmana può offrire qualcosa alla politica italiana invece di limitarsi a chiedere qualcosa alla politica italiana. La tradizione islamica possiede un patrimonio molto ricco sul significato della giustizia, sulla responsabilità di chi esercita il potere, sulla dignità della persona, sulla solidarietà, sulla tutela del debole, sulla consultazione e sul dovere di testimoniare il vero anche quando è scomodo. Non si tratta di trasformare questi principi in un programma confessionale, ma di tradurli in una responsabilità civile condivisibile anche da chi parte da riferimenti culturali e spirituali completamente differenti.

Dal chiedere rappresentanza all’assumersi responsabilità

Certamente i musulmani italiani devono acquisire maggiore consapevolezza politica. Devono conoscere meglio le istituzioni, partecipare, votare, iscriversi ai partiti e alle associazioni, formarsi e candidarsi. Sarebbe un errore continuare a considerare la politica qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.

Ma sarebbe altrettanto limitante se il risultato di questa maturazione fosse semplicemente la nascita di un nuovo piccolo blocco identitario che contratta qualche candidatura in cambio dei propri voti. La sfida è molto più ambiziosa: contribuire alla costruzione di una proposta nella quale possano riconoscersi musulmani e non musulmani, credenti e non credenti, lavoratori, giovani, famiglie, periferie, nuovi cittadini e italiani da generazioni, attivisti che hanno riempito le piazze per Gaza e persone che da anni non mettono piede in un seggio.

Per questo, avvicinandoci alle prossime elezioni, forse dovremmo smettere di chiederci soltanto per chi voteranno i musulmani italiani. Dovremmo iniziare a domandarci quale idea di Italia potrebbero contribuire a costruire e quale proposta politica sarebbe capace di convincere anche milioni di loro concittadini a credere nuovamente che partecipare serva a qualcosa.

Se riusciremo a fare questo passaggio, avremo ottenuto molto più dell’elezione di qualche rappresentante “musulmano”. Saremo passati dalla richiesta di un posto al tavolo all’assunzione, insieme agli altri cittadini, di una parte della responsabilità per ciò che accade intorno a quel tavolo.

Forse è questa la lezione più interessante che oggi arriva dagli Stati Uniti.

[1] https://www.aljazeera.net/politics/2026/8/17/%D9%83%D9%8A%D9%81-%D9%8A%D8%BA%D9%8A%D8%B1-%D8%B5%D8%B9%D9%88%D8%AF-%D8%B9%D8%A8%D8%AF%D9%88%D9%84-%D8%A7%D9%84%D8%B3%D9%8A%D8%AF-%D9%88%D8%B2%D9%87%D8%B1%D8%A7%D9%86

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