Siamo arrivati al terzo anniversario del 7 ottobre. Tre anni da quando la coscienza occidentale ha incominciato ad affrontare – ce ne stiamo pian piano rendendo conto – un processo non meno drammatico di quello di Norimberga o di quello di Eichman a Gerusalemme. “Il mondo non si è ancora presentato alla sua prima seduta terapeutica” diceva lo psicoanalista Andrew Samuels qualche decennio fa, lamentando l’impotenza della psicoanalisi a fronte del dilagare del male: ora sembra averlo fatto. Dal 7 ottobre si affollano sulla scena le voci di milioni di persone che raccontano i loro sogni e i loro incubi, che descrivono, narrano, dipingono, raffigurano, simboleggiano quello che succede in quel pezzetto di mondo chiamato Gaza che ci sta costringendo a rivoltare come un guanto la storia della modernità occidentale. E ci sono al lavoro storici, politologi, sociologi e antropologi i quali cercano di interpretare il materiale sempre nuovo che arriva sulla scena.
Gaza non è sempre stata la “Striscia”
Uno di questi è Arturo Marzano, docente di Storia contemporanea e esperto di storia del sionismo e del conflitto israelo-palestinese, con il suo libro Storia di Gaza (Il Mulino, 2025). Il suo progetto di “restituire storia a una terra schiacciata sulla cronaca” è per lui un modo di “ ‘dare voce’ alle decine di migliaia di palestinesi uccisi nei bombardamenti israeliani e i cui nomi e le cui storie sono sostanzialmente state rimosse”. Un portare lo sguardo all’indietro non per distoglierlo da quanto sta accadendo ma per risalire alle sue radici, poiché far incominciare l’eccidio di Gaza con il 7 ottobre è come far incominciare le Fosse Ardeatine con l’attentato di Via Rasella (il quale, sia detto per inciso, provocò anch’esso a suo tempo controversie e polemiche, interpretazioni contrastanti e processi giudiziari in alcuni dei quali gli attentatori sono stati dichiarati colpevoli mentre in altri sono stati assolti). Marzano infatti dedica alla storia di Gaza oltre trecento pagine prima di arrivare all’ultimo stringato capitolo che tratta del 7 ottobre. E poiché i nomi – quelli comuni e quelli propri – che usiamo nel linguaggio quotidiano, in quello mediatico e in quello politico, finiscono per naturalizzare le cose abituandoci a credere che siano sempre esistite, è proprio dal nome che Marzano incomincia. “La Striscia” è una invenzione recente: per secoli Gaza è stata semplicemente Gaza, una importante città con il suo hinterland. Per narrare come nasce la “Striscia” su un territorio che per millenni ha avuto lo stesso nome, Marzano deve necessariamente ripercorre le vicende che hanno portato alla nascita dello stato di Israele: “la Striscia” infatti è un prodotto del conflitto arabo-israeliano del 1948, ma questo conflitto non si capisce senza la Risoluzione 181 dell’Onu del 1947, ma la Risoluzione 181 non si capisce senza la Dichiarazione di Balfour del 1917 e la Dichiarazione di Balfour del 1917 non si capisce senza l’accordo Sykes-Picot del 1916 e quello che è chiaro è che la storia è iniziata assai prima dello sterminio degli Ebrei nella Germania nazista.
Marzano ricorda che alla vigilia della “spartizione” il popolo ebraico in Palestina “rappresentava poco più del 30% degli abitanti, che fino ad allora possedeva solo il 7% della terra e, fini a sessant’anni prima, non raggiungeva nemmeno il 5% della popolazione”. Non capivano dunque, i Palestinesi, perché a questo popolo dovesse venir dato il 54% del territorio del loro paese ma si rendevano conto concretamente che il piano delle Nazioni Unite li avrebbe trasformati, nella propria terra, in “minoranza di una maggioranza dimostratasi fino ad allora arrogante, violenta, e per nulla interessata al fatto che esistesse un altro popolo titolare di un pari diritto all’autodeterminazione.” E certamente non avevano capito (a differenza delle istituzioni ebraiche che accettarono subito il “piano”) che la Risoluzione 181 non era vincolante poiché l’Assemblea dell’Onu non aveva il potere di prendere decisioni vincolanti, spettanti unicamente al Consiglio di Sicurezza (https://jewishcurrents.org/un-resolution-181): del resto molti non lo sanno a tutt’oggi perché la cosa viene accuratamente taciuta.
Così come molti non sanno – perché il nome stesso inganna – che la cosiddetta Guerra del 1948 è iniziata a fine 1947, a poche ore dal voto dell’Assemblea: gli arabi palestinesi, che avevano subìto oltre mezzo secolo di colonizzazione sionista, presero le armi spontaneamente e in modo disorganizzato appena si diffuse la notizia che il piano di spartizione era stato approvato. Per quanto la popolazione autoctona, cioè araba, fosse largamente maggioritaria come avviene di regola in tutti i processi di colonizzazione, essa si trovò di fronte ad un’organizzazione paramilitare ben strutturata, l’Haganah, attiva fin dagli anni Venti e appoggiata da formazioni di chiaro stampo terroristico come Irgun e Lehi (Banda Stern). Con la proclamazione unilaterale della nascita dello stato di Israele (e il compiacente ritiro delle truppe britanniche) nel maggio 1948, queste formazioni diventano miracolosamente un esercito ufficiale (Tsahal), riconosciuto dalla “comunità internazionale”, che continua a fare quello che già faceva prima: occupare il più possibile di territorio della Palestina storica, procedendo alla sua “purificazione” (tichur in ebraico) dalla popolazione araba palestinese con metodi feroci ma che non si chiamano più “terrorismo”. L’Haganah che in precedenza aveva fornito “assistenza” alle formazioni terroristiche Irgun e Lehi in massacri di civili come quello del villaggio di Deir Yassin (aprile 1948, cento morti tra uomini, donne e bambini) diventa il rispettabile esercito legittimo di uno stato legittimo che persegue la “strategia sionista, volta a garantire un territorio che fosse il più possibile ebraico”; i “terroristi” ora sono solo gli Arabi.
Le Idf: un brand di successo sotto accusa.
Ora arriva il film Naza che ci fa riavvolgere il nastro della storia: ci costringe a mettere in discussione i nomi che diamo alle cose e che per decenni hanno plasmato il nostro modo di pensarle. Ci invita ad interrogare le circostanze della nascita dell’ “esercito più morale del mondo”, Tsahal, lo stesso che negli ultimi anni preferisce farsi chiamare Idf (i due acronimi hanno esattamente lo stesso significato in ebraico e in inglese: forze di difesa israeliana) perché le strategie comunicative del brand lo ritengono più indicato per il marketing. Se Naza ha costretto Tsahal-Idf a pubblicare un lungo documento di risposta dobbiamo pensare che il film abbia toccato un punto debole proprio nel marketing dell’esercito, per decenni efficacissimo, compromettendone la storica reputazione: quel punto debole sono i “danni collaterali”. Non nella loro mostruosa entità – i numeri del massacro erano già noti – ma nella loro burocratica derubricazione a “danni collaterali”. Il documento infatti (pubblicato dal Foglio il 2 ottobre 2026) si affanna a spiegare che Naza, acronimo dell’ebraico Nezek Agavi, “collateral damage” è un “termine tecnico di ogni esercito rispettoso della legge …” mentre il film mette in luce cosa c’è dietro il termine tecnico e questo è un guaio per il brand. Come ogni grande azienda che cerca di riconquistare la fiducia dei consumatori Tsahal si giustifica con le norme giuridiche (la stima dei danni collaterali “è un obbligo del diritto internazionale”) e si dice comunque “aperto a critiche autentiche” perché esso “apprende dalle accuse comprovate” a seguito delle quali “migliora le pratiche”. Le “pratiche” sono quelle di pulizia etnica ma anche in queste, insiste il documento, l’esercito è “vincolato al diritto internazionale umanitario” (qualcuno potrebbe aggiungere maliziosamente un “purtroppo” ma qui ci atteniamo a quanto scritto nero su bianco). E’ altresì vero che quanto questo vincolo venga tenuto in conto lo abbiamo potuto vedere da anni e non solo dal 7 ottobre, anzi, come ricordato più sopra, da prima ancora che Tsahal si chiamasse così. Ma noi ci atteniamo al documento che descrive coscienziosamente le proprie procedure: “Le sospette violazioni vengono esaminate e, ove giustificato, affrontate con provvedimenti disciplinari, indagini penali o altre misure.” Tuttavia Tsahl che ama citare le norme ma detesta fornire dati non fornisce alcuna quantificazione di queste misure; dobbiamo per forza cercare altrove, per esempio sul Guardian secondo cui a fine giugno del 2025 in nove casi su dieci le indagini militari su crimini o abusi commessi da soldati si erano concluse con un non luogo a procedere o non erano state portate a termine. Le dichiarazioni delle Idf riportate dal Guardian oltre un anno fa sono identiche a quelle che si trovano nell’odierna “risposta a Naza”: le Idf “attivano procedure di esame ed inchiesta nel caso di incidenti eccezionali in cui vi sono sospetti di violazione della legge”, attraverso i propri sistemi interni e “in conformità alla legge israeliana e al diritto internazionale”. Se queste procedure – relative all’uccisione di centinaia di civili tra Gaza e West Bank dal 7 ottobre 2023 – si concludono perlopiù nel nulla è abbastanza probabile che, lungi dall’essere un deterrente, finiscano (o vogliano) alimentare un arrogante sentimento di impunità tra i militari.
Talvolta non mancano solo i dati empirici, manca la norma stessa cui Tsahal fa riferimento. Così all’accusa di non fare distinzioni tra adulti e bambini nella valutazione dei “danni collaterali” il documento risponde categorico che “è ciò che richiede il diritto internazionale umanitario”. In realtà “il diritto internazionale umanitario pone i bambini sotto una particolare protezione” afferma altrettanto categorico ma con tanto di documentazione il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) della nobile Repubblica elvetica che in materia vanta una storica tradizione Tuttavia con un magnifico rovesciamento retorico il documento di Tsahal mostra che fregarsene dei bambini è vero umanitarismo perché “nessuna vita civile vale di meno”. L’applicazione di questa dottrina a Gaza è sotto gli occhi di tutti: in un ospedale di Milano è stata ricoverata recentemente, con il suo unico bambino sopravvissuto, la madre di otto figli fatti saltare in aria con il padre, un medico. I militari hanno aspettato scrupolosamente che il padre rientrasse a casa dai figli per entrare in azione. D’altra parte, scrive sul Foglio (1-10-2026) Mariarosa Mancuso recensendo Naza, gli “affettuosi papà” dei piccoli “danni collaterali” sono “membri o fiancheggiatori di Hamas” (il “fiancheggiatore” ormai ha sostituito il “civile”) che “tornano a dormire a casa”: mica “dormono nelle caserme” (vi immaginate le caserme a Gaza, due milioni di persone stipate in un fazzoletto di terra assediato come una prigione a cielo aperto?). Di conseguenza, si mettano pure in conto dei danni collaterali “famigliari, amici in visita” (tanto sono tutti fiancheggiatori) e anche bambini: si tratta in fin dei conti di “bambini che già sognano la guerra contro il nemico di sempre”. Eliminiamoli dunque da piccoli (qualche sionista ogni tanto lo dice apertamente).
Insieme al richiamo formale al diritto internazionale, la linea difensiva di Tsahal è quella della delegittimazione dei testimoni i quali anziché delle norme parlano di ciò che avviene sul campo. Dando loro la parola il film si attiene scrupolosamente ai principi dell’inchiesta giornalistica e della ricerca sul campo: fornisce dati empirici relativi all’applicazione della teoria. Ma questo infastidisce Tsahal che deplora: “Contro la prassi d’inchiesta, le accuse non sono state sottoposte all’Idf prima della pubblicazione.” Evidentemente la consolidata prassi militare – confortata dalla Corte Suprema israeliana che ha respinto un ricorso della Foreign Associated Press israeliana – di esclusione sistematica dei giornalisti stranieri se non in modalità “embedded”, e di eliminazione fisica di quelli locali (245 giornalisti uccisi a Gaza a fine agosto 2025), ha convinto gli addetti militari alla comunicazione che sottoporsi alla censura preventiva rientri nel corretto esercizio del giornalismo e del documentario. Agli oscuri soldati che hanno rotto il silenzio fornendo testimonianze di prima mano il documento contrappone uno stuolo di “professionisti” (ma forse dovremmo chiamarli “burocrati”) che effettuano “stime preliminari”, “valutano il danno e propongono mezzi meno dannosi”; e di “consulenti giuridici indipendenti” che “rivedono i piani e indicano condizioni e raccomandazioni”. Se il risultato di questo eccelso staff è quello che abbiamo sotto gli occhi – settantamila morti, città rase al suolo – evidentemente i professionisti e consulenti in questione ritenevano “danni collaterali accettabili” proprio quelli descritti dai soldati intervistati.
Il mito della razza
Ma cosa determina il grado di “accettabilità dei danni collaterali”? Il diritto internazionale rimanda al principio di proporzionalità (regolamentato da uno dei Protocolli aggiunti nel 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949), quest’ultimo “richiede una interpretazione uniforme in sede internazionale e una identificazione del suo rapporto con il principio di necessità militare” la cui valutazione si basa su un giudizio caso per caso da parte dei comandanti militari al momento della pianificazione dell’attacco. Ma sappiamo ormai che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”(Tajani) a essere ottimisti o “è diventato carta straccia” (Cacciari) a essere realisti; figuriamoci il diritto di guerra (ius in bello) che dovrebbe invitare due gruppi scesi in campo per ammazzarsi a limitare la propria violenza. Eppure per millenni sono esistiti in tutte le civiltà precetti religiosi, codici d’onore e norme morali che imponevano limiti alla violenza. Il superamento delle antiche consuetudini è uno dei frutti della modernità occidentale: è una caratteristica dei conflitti in cui un popolo convinto della propria superiorità razziale si oppone ad un altro considerato inferiore o “subumano”, tipicamente i moderni conflitti coloniali. In tali conflitti il colonizzatore agisce spinto da due pulsioni: disprezzo e paura.
Il disprezzo verso il nemico spiega i ripetuti “fallimenti dell’intelligence” sui quali ogni volta la società israeliana si interroga ex-post. E’ questa una delle spiegazioni avanzate da più parti per spiegare la “sorpresa” del 7 ottobre. Qualcosa di molto simile era avvenuto nel 1973, con la guerra del Kippur. Allora tanto i servizi quanto i politici erano convinti che gli Arabi non sarebbero mai stati capaci o non avrebbero mai osato lanciare una guerra: il paese pagò questa presunzione con pesanti perdite militari. A confermare l’ipotesi della sottovalutazione del nemico c’è il fatto che dopo il 7 ottobre militari, politici e società israeliana erano convinti che il conflitto si sarebbe risolto in poche settimane, come si evince dai media di quel primo periodo: nessuno si aspettava una capacità di resistenza così lunga. E’ questo uno dei principali fattori psicologici che hanno alimentato il crescendo nella reazione israeliana: al carattere inatteso del 7 ottobre, oltre che ovviamente al suo carattere cruento, si sono sommati lo stupore e l’esasperazione per una resistenza che mese dopo mese non si lasciava schiacciare, mentre nell’opinione pubblica mondiale andava crescendo l’ammirazione e la solidarietà per i gazawi. Tutto questo si è tradotto man mano in una furia crescente perché ciò che in guerra viene concesso al pari non è tollerato nell’inferiore, soprattutto se inferiore per razza. Insieme al disprezzo c’è la paura: se il primo è proclamato apertamente, la seconda deve essere mantenuta segreta, negata anche a sé stessi. La misura dell’accettabilità dei danni collaterali è direttamente proporzionale alla paura producendo il circolo vizioso sollevamento-paura-repressione: la repressione genera un nuovo sollevamento che genera una nuova paura da esorcizzare con una repressione ancora più violenta e così via in una spirale senza fine.
Questo però non significa, come fanno frettolosamente tanti fautori del “dialogo israelo-palestinese”, mettere l’oppressore e l’insorto sullo stesso piano e naturalizzare il circolo vizioso come il prodotto delle peggiori pulsioni dell’uomo da superare facendo appello ai suoi istinti migliori. Nell’introduzione ad una raccolta di racconti dedicati alla vigilia della Nakba (Palestine Minus One, Comma Press, 2025) Basma Ghalayini – nata e cresciuta nella Striscia di Gaza – chiede: “se un nuovo paese viene fatto comparire dal nulla e diventa realtà attraverso massacri ed atrocità dovremmo sorprenderci del grado di violenza che esso è pronto ad usare per conservarsi?” Questo grado di violenza è andato sistematicamente crescendo come mostrano alcune date che Ghalayini snocciola andando a ritroso: il feroce assalto a Gaza del 2014, il bombardamento del 2012, o quello del 2008-9, o la violenza inflitta durante le due intifada, o la brutalità quotidiana di coloni e forze di occupazione in Cisgiordania, o i massacri di Sabra e Shatila, o la violenza del 1967 e così via risalendo fino al 1948 – e “se del 1948 sapessimo qualcosa non saremmo per nulla sorpresi”.
Se così è, allora alle ragioni della possibilità – già ampiamente documentata da storici, giuristi, attivisti – di usare il termine “genocidio” per quanto avviene a Gaza si aggiungono quelle della necessità di farlo, cioè di dare alla cosa il suo nome. Perché se non lo facciamo allora la storia finirà in un “genocidio” compiuto questa volta sotto l’etichetta di “danno collaterale accettabile”.




