Il Green Party of England and Wales ha compiuto un passaggio politico destinato a pesare ben oltre i confini del partito. Alla conferenza di Brighton, 1.022 iscritti hanno votato a favore e 813 contro una mozione che definisce formalmente il partito anti-sionista e stabilisce che il sionismo, inteso nel testo come progetto politico etnonazionalista, debba essere trattato «come ogni altra forma di razzismo».
La decisione separa inoltre nettamente anti-sionismo e antisemitismo: per i Verdi britannici opporsi al sionismo significa contestare un’ideologia politica, non l’ebraismo né gli ebrei. La nuova linea riafferma anche il sostegno alla liberazione palestinese, al diritto al ritorno, al BDS, all’embargo sulle armi verso Israele e a un unico Stato democratico nell’intera Palestina storica con pari diritti per tutti.
Il passaggio più significativo riguarda però il rapporto con la definizione IHRA di antisemitismo, adottata dal governo britannico nel 2016. Tra gli esempi indicati dall’IHRA come potenzialmente antisemiti, a seconda del contesto, compare infatti il negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele costituisca un «progetto razzista». La posizione appena approvata dai Verdi entra dunque in evidente tensione con quella impostazione: ciò che l’IHRA può ricondurre all’antisemitismo viene ora qualificato dal partito come critica legittima di un’ideologia politica e, nel caso del sionismo così definito dalla mozione, come opposizione a una forma di razzismo.
È precisamente per questo che il voto ha provocato forti reazioni. Alcuni esponenti e membri ebrei del partito hanno espresso il timore che una definizione così ampia possa produrre discriminazioni; altri Jewish Greens sostengono invece che antisionismo ed ebraismo non debbano essere confusi. Il leader Zack Polanski, egli stesso ebreo, ha ribadito che i diritti dei palestinesi e la sicurezza degli ebrei non sono principi in contraddizione.
Politicamente, il precedente è comunque notevole: un partito parlamentare britannico ha trasformato l’antisionismo da posizione presente nel dibattito militante a politica ufficiale, rifiutando l’equazione automatica tra critica radicale del sionismo e antisemitismo. Ed è forse questo il punto più importante del voto: la definizione stessa dei confini del dibattito su Israele e Palestina torna ad essere materia politica, anziché una questione già chiusa.




