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7 ottobre e l’effetto “NAZA”: il docufilm che non aggiunge nulla per chi conosce la Storia

by Mohamed Amin Attarki
Ottobre 6, 2026
in Israele, Italia, Palestina, Sionismo, Voci
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7 ottobre e l’effetto “NAZA”: il docufilm che non aggiunge nulla per chi conosce la Storia
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Se sei cresciuto con le immagini di Al Jazeera, la pellicola lascia ben poco spazio allo sconcerto. Più che un’opera rivelatrice, “NAZA” si limita a registrare la tardiva presa di coscienza di un Occidente rimasto a guardare.

Testimonianze dall’ombra e memoria storica

Il film, o docufilm che dir si voglia, raccoglie una serie di interviste a soldati israeliani che raccontano, senza metterci la faccia, le atrocità commesse sul campo. Per chi conosce la realtà della regione, l’impatto emotivo è pressoché nullo.

Ciò che la pellicola mostra sono semplicemente individui più o meno traumatizzati che descrivono dinamiche già ampiamente note: numeri di gran lunga superiori a quelli ammessi ufficialmente ed esecuzioni di civili inermi condotte senza curarsi di distinguere tra appartenenti ad Hamas e popolazione innocente. Il tutto coperto dalla solita, storica giustificazione: “Eseguivamo solo gli ordini”. La stessa linea difensiva già ascoltata tra i banchi degli imputati al processo di Norimberga.

La metafora del silenzio

A fine proiezione, la sala cade nel silenzio. Ma non si tratta di un silenzio assordante o catartico: è piuttosto la quiete imbarazzata di chi si rende conto di aver sbandierato per decenni la memoria della Shoah, mentre i discendenti di quelle stesse vittime reiteravano le medesime violenze con ancor maggior veemenza, in una sorta di tragica sindrome di Stoccolma collettiva.

In questo contesto, “NAZA” appare come un semplice dettaglio di contorno, un elemento che non riesce nemmeno a scendere in profondità nel cuore del problema.

Il mito dell’infallibilità e il cortocircuito del 7 ottobre

C’è tuttavia un punto di riflessione cruciale che la pellicola mette in luce. Come confermano gli stessi testimoni, il livello di sorveglianza sulla popolazione era totale: chiamate, messaggi e immagini trasmesse venivano captati e analizzati. Come è stato possibile, dunque, l’evento del 7 ottobre 2023? Il presunto “effetto sorpresa” si rivela così per ciò che è stato: un drammatico punto di svolta che ha costretto il mondo a svegliarsi dal proprio torpore.

Quel silenzio al termine del film, in ultima analisi, misura il peso della colpa. È il peso di chi ha preferito voltarsi dall’altra parte fin dal 14 maggio 1948, nel tentativo di cancellare le responsabilità legate a un antisemitismo secolare. Una discriminazione che non nasce con il nazismo, con l’Affare Dreyfus, con i pogrom dell’Europa orientale o con l’Inquisizione, ma che affonda le sue radici nell’antica Roma. Fu l’imperatore Tito, lo stesso a cui è intitolato l’arco sotto il quale oggi si svolgono manifestazioni sioniste, in un bizzarro paradosso storico, a provocare la diaspora ebraica nel 70 d.C.

Il risveglio della coscienza globale

Il lungo silenzio dell’Occidente è quello di chi per decenni ha etichettato la resistenza palestinese come mero terrorismo, giustificando al contempo le azioni della controparte; di chi ha finto di non vedere gli espropri, le mutilazioni e i soprusi quotidiani subiti da chi cercava di difendere la propria terra e i propri luoghi sacri.

La promessa che il mondo, prima o poi, avrebbe dovuto aprire gli occhi si è infine avverata. Oggi tutti guardano e nessuno può più dire di non sapere.

Ma per chi è cresciuto informandosi attraverso canali come Al Jazeera, “NAZA” non rappresenta affatto una rivelazione: è solo la tardiva conferma di ciò che si sapeva già.

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Mohamed Amin Attarki

Mohamed Amin Attarki

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