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Home Geopolitica

Inchiesta: l’invasione di Ceuta diretta dall’asse Rabat-Washington-Tel Aviv e la migrazione come arma ibrida contro la Spagna di Sánchez

by Mose Bei
Luglio 31, 2026
in Geopolitica, Israele, Marocco, Migrazioni, Mondo, Mossad, Prima Pagina, Sionismo, Spagna, USA
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Inchiesta: l’invasione di Ceuta diretta dall’asse Rabat-Washington-Tel Aviv e la migrazione come arma ibrida contro la Spagna di Sánchez
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I gendarmi marocchini scompaiono per ore, decine di migliaia di persone attraversano la frontiera e poi Rabat ripristina i controlli. Il precedente del 2021, il riavvicinamento tra Madrid e Algeri, le rivendicazioni statunitensi su Ceuta e Melilla e l’asse strategico tra Marocco e Israele compongono un quadro inquietante.

Rispetto ai recenti fatti di Ceuta, dove migliaia di migranti marocchini superano illegalemnte il confine spagnolo, bisogna osservare il confine per capire gli eventi.

Bisogna chiedersi perché una delle frontiere più sorvegliate del Mediterraneo sia diventata improvvisamente percorribile, perché i gendarmi marocchini siano scomparsi da alcuni punti decisivi per diverse ore e perché siano poi ricomparsi, con blindati e cannoni ad acqua, quando decine di migliaia di persone erano già passate o si erano concentrate nella zona.

Secondo l’ultima stima spagnola riportata da Reuters, circa 49.000 persone sarebbero entrate a Ceuta via mare e via terra in una sola giornata. Almeno 19 corpi sono stati recuperati in acqua. Poche ore prima, le stime parlavano ancora di 2.000-3.000 ingressi, e la possiiblita’ di una operazione mediatica mirata che miri ad aumentare i numeri per destabilizzare ulteriormente non e’ improbabile, come vedremo in seguito. Ad ora, i numeri sono quindi in rapido aggiornamento, ma la dimensione straordinaria dell’evento non è in discussione.

Chiamare tutto questo semplicemente “invasione” attribuisce l’intenzione politica ai migranti. Ma le persone che hanno attraversato il confine non controllavano la frontiera, non disponevano la gendarmeria e non decidevano quando aprire o chiudere i passaggi.

La domanda geopolitica non è perché migliaia di persone abbiano approfittato di una frontiera improvvisamente permeabile. La domanda è chi abbia creato quella finestra e perché l’abbia lasciata aperta.

La sequenza che non sembra accidentale

Secondo fonti dei servizi d’intelligence spagnoli citate da El País, nei giorni precedenti erano già diminuiti i controlli marocchini. Il 30 luglio, però, i gendarmi sarebbero scomparsi dalla parte marocchina del valico, permettendo anche a intere famiglie di attraversare praticamente a piedi il passaggio del Tarajal.

La situazione sarebbe continuata per ore, anche quando le autorità non potevano più ignorare quanto stava accadendo. Gli esperti spagnoli consultati dal quotidiano ritengono perciò poco credibile che si sia trattato soltanto di un errore organizzativo collegato alla Festa del Trono: il sospetto è che l’effetto fosse ricercato. Le stesse fonti ammettono, tuttavia, di non conoscere ancora con certezza la motivazione finale di Rabat.

Successivamente il dispositivo marocchino è stato riattivato. Reuters ha documentato l’impiego di cannoni ad acqua, il respingimento dei gruppi diretti verso il confine e il rafforzamento delle forze di sicurezza.

Questa successione è il cuore del caso: controlli ridotti, gendarmi assenti, attraversamento di massa, controlli ripristinati. Questo non dimostra solo l’esistenza di un ordine politico. Dimostra anche l’apertura e la chiusura della frontiera non dipendono esclusivamente da fenomeni spontanei o dall’incapacità strutturale del Marocco. Quando Rabat ha deciso di fermare i passaggi, ha mostrato di possedere ancora gli strumenti per farlo.

Non è una teoria nuova: si chiama coercizione migratoria

Nella letteratura strategica esiste una categoria precisa: coercive engineered migration, la creazione o manipolazione deliberata di movimenti di popolazione per ottenere concessioni politiche, militari o economiche da un altro Stato.

Non significa che ogni migrante obbedisca a un ordine. Il meccanismo è più semplice: uno Stato conosce la presenza di persone desiderose di partire, rimuove temporaneamente gli ostacoli, alimenta o lascia circolare l’informazione che il passaggio sia possibile e trasferisce sul Paese bersaglio il costo politico, umanitario e logistico della crisi.

Nel caso di Ceuta non si tratta neppure di un modello teorico applicato dall’esterno. È già successo.

Il precedente del 2021: la prova generale che funzionò

Nell’aprile 2021 la Spagna aveva permesso al leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, di ricevere cure mediche nel proprio territorio. Il Marocco reagì allentando i controlli sul confine di Ceuta. In due giorni entrarono circa 8.000-10.000 persone, molte delle quali minorenni.

L’episodio fu ampiamente interpretato come una rappresaglia diplomatica marocchina. Il Parlamento europeo condannò espressamente l’uso del controllo delle frontiere e dei minori come strumento di pressione politica contro la Spagna. Analisti del CIDOB lo definirono un caso inequivocabile di “weaponisation of migration”.

La pressione produsse risultati.

Nel marzo 2022 il governo Sánchez abbandonò la tradizionale neutralità spagnola sul Sahara Occidentale e riconobbe il piano di autonomia marocchino come la soluzione “più seria, realistica e credibile”. La normalizzazione dei rapporti con Rabat portò anche a nuovi accordi sul controllo dei flussi migratori.

La lezione appresa dal Marocco è difficilmente ignorabile: aprire la frontiera genera una crisi immediata; la crisi costringe Madrid a negoziare; la normalizzazione arriva quando la Spagna modifica la propria politica.

Il precedente aumenta quindi enormemente la plausibilità che la stessa leva sia stata utilizzata ancora.

Dieci giorni prima: Sánchez torna in Algeria

Il 20 luglio 2026, dieci giorni prima dell’apertura del confine, Pedro Sánchez è arrivato ad Algeri per rilanciare le relazioni con l’Algeria dopo quattro anni di tensioni.

Sánchez ha definito il Paese un partner strategico e ha annunciato una nuova riunione bilaterale di alto livello per l’autunno, preceduta da consultazioni politiche. Tra i settori indicati ufficialmente figurano energia, industria, terrorismo e gestione dei flussi migratori.

Algeria e Marocco sono avversari strategici. Algeri sostiene il diritto all’autodeterminazione del Sahara Occidentale e il Fronte Polisario; Rabat considera il territorio parte integrante del Regno. I rapporti diplomatici tra i due Paesi sono interrotti dal 2021.

Per il Marocco, il riavvicinamento fra Madrid e Algeri non rappresenta quindi un normale esercizio diplomatico. Significa che la Spagna torna a costruire un rapporto strategico con il principale rivale regionale di Rabat proprio sul terreno — energia, sicurezza e Sahara — sul quale il Marocco considera indispensabile l’allineamento spagnolo.

El País riferisce che gli apparati spagnoli stanno esaminando precisamente questa coincidenza temporale. Il ministero degli Esteri nega pubblicamente qualsiasi collegamento, ma le fonti d’intelligence citate dal quotidiano ritengono che la pista debba essere presa sul serio.

L’Europa paga il Marocco perché tenga chiusa la porta

L’Unione europea ha trasformato il Marocco in uno dei principali gestori esterni delle proprie frontiere.

Tra il 2015 e il 2021 Bruxelles ha impegnato 234 milioni di euro in programmi migratori nel Paese. Nel 2023 è stato poi approvato un nuovo programma da 152 milioni per la gestione delle frontiere, il contrasto ai trafficanti, i rimpatri volontari e le politiche di asilo, inserito in un più ampio pacchetto europeo da 624 milioni.

Nel marzo 2022 un’interrogazione parlamentare europea portava già nel titolo l’espressione “ricatto diplomatico marocchino” mediante la gestione delle migrazioni. Era l’iniziativa di un parlamentare, non una conclusione ufficiale dell’Unione, ma dimostra che il problema era stato formalmente sollevato molto prima della crisi attuale.

L’esternalizzazione produce un paradosso: l’Europa paga un Paese terzo perché controlli una frontiera che quel Paese può trasformare, in qualunque momento, in una leva negoziale.

Il denaro europeo non elimina il potere di ricatto. Lo accresce, perché rende visibile quanto l’Unione dipenda dalla collaborazione di Rabat.

Il documento statunitense su Ceuta e Melilla

Il 22 aprile 2026, appena tre mesi prima della crisi, la commissione Stanziamenti della Camera dei rappresentanti statunitense ha pubblicato un rapporto dal linguaggio eccezionale.

Nel documento, Ceuta e Melilla vengono definite città “amministrate dalla Spagna” ma “situate in territorio marocchino”. La commissione sostiene inoltre gli sforzi del segretario di Stato — oggi Marco Rubio — per incoraggiare un confronto diplomatico tra Madrid e Rabat sul loro “status futuro”.

Nello stesso passaggio, il rapporto destina al Marocco almeno 20 milioni di dollari attraverso i programmi per la sicurezza nazionale e almeno altri 20 milioni in finanziamenti militari.

Occorre essere precisi: non è una legge che trasferisce Ceuta e Melilla al Marocco e non rappresenta una deliberazione dell’intero Congresso. È tuttavia un rapporto ufficiale di una commissione della Camera che mette per iscritto tre elementi politicamente pesantissimi:

Washington non descrive semplicemente Ceuta e Melilla come città spagnole in Africa; le colloca in “territorio marocchino”, considera aperta la questione della loro sovranità e auspica un negoziato sul loro futuro.

La crisi migratoria esplode poche settimane dopo.

Anche questa coincidenza non prova un coordinamento. Ma rende necessario analizzare Ceuta come qualcosa di piu’ di una semplice questione di polizia di frontiera.

Yair Netanyahu e la minaccia del 2019

Nel maggio 2019 Yair Netanyahu, figlio dell’allora premier israeliano, pubblicò una mappa di Ceuta e Melilla rivolgendosi ad arabi e musulmani: chi desiderava liberare territori islamici “occupati” poteva cominciare da lì.

Quando in Spagna scoppiò la polemica, aggiunse una proposta provocatoria: Israele non avrebbe finanziato organizzazioni favorevoli alla restituzione di Ceuta e Melilla se la Spagna avesse smesso di finanziare associazioni contrarie al controllo israeliano della Cisgiordania.

La frase rappresenta una ammissione straordinaria che indica che Israele avrebbe già finanziato organizzazioni separatiste in Spagna.

Sette anni fa dunque, all’interno della famiglia Netanyahu, Ceuta e Melilla venivano già indicate esplicitamente come un punto di pressione contro la Spagna per le sue posizioni sulla Palestina e sulla Cisgiordania.

Questo è una prova di una intenzione politica: se Madrid contesta l’occupazione israeliana, qualcuno può contestare a Madrid i suoi territori nordafricani.

Trump aveva già aperto lo scontro con Sánchez

La crisi si verifica anche nel momento di massima tensione fra Madrid e Washington.

L’8 luglio 2026 Donald Trump ha ordinato l’interruzione degli scambi commerciali con la Spagna, accusandola di non spendere abbastanza per la NATO e di non collaborare nella guerra contro l’Iran. Già a marzo aveva minacciato conseguenze economiche dopo il rifiuto spagnolo di mettere le basi di Rota e Morón a disposizione delle operazioni statunitensi.

A questo si aggiunge il conflitto su Israele. La Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese nel maggio 2024 ed è diventata uno dei governi europei più critici verso la condotta israeliana. Questo dimostra che Washington e Tel Aviv hanno ragioni politiche per esercitare pressioni su Sánchez.

L’asse Rabat-Washington-Tel Aviv

Nel dicembre 2020 gli Stati Uniti mediarono la normalizzazione delle relazioni fra Marocco e Israele. In cambio, l’amministrazione Trump riconobbe la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, rompendo con la precedente posizione americana.

Nel novembre 2021 Marocco e Israele firmarono un accordo di difesa. Il memorandum costruì una cornice permanente per la cooperazione militare, la vendita di armamenti e la condivisione d’intelligence.

Esiste quindi un asse strategico reale:

  • Washington sostiene la posizione marocchina sul Sahara;
  • il Marocco normalizza i rapporti con Israele;
  • Israele fornisce tecnologia e cooperazione militare;
  • il Marocco diventa un partner regionale di entrambi;
  • la Spagna di Sánchez entra contemporaneamente in conflitto con Trump e Netanyahu.

Questa convergenza rende legittimo indagare sull’eventuale esistenza di consultazioni o incoraggiamenti internazionali. La cooperazione strategica generale porta ad inferire dunque la possibile partecipazione anche indiretta di CIA o Mossad all’operazione di Ceuta.

Anche il caso Pegasus deve essere menzionati. I telefoni di Sánchez e di alcuni ministri spagnoli furono infettati con il software dell’azienda israeliana NSO Group. Nel gennaio 2026 la magistratura spagnola ha nuovamente archiviato l’inchiesta perché Israele non ha risposto alle richieste di cooperazione. Nessuno è stato formalmente identificato come responsabile.

È un precedente che dimostra l’esistenza di una zona probbaile opaca nei rapporti d’intelligence tra Spagna, Marocco e Israele.

L’ipotesi alla luce dei dati attuale

Tra l’ipotesi di un’azione esclusivamente marocchina e quella di una regia operativa straniera esiste una possibilità che spieghi in modo completo i dati disponibili, una inferenza più sfumata e più plausibile: che Rabat abbia ideato e gestito direttamente l’apertura selettiva del confine, ma si sia mossa all’interno di un contesto nel quale Stati Uniti e Israele avevano già indicato, sostenuto o reso politicamente conveniente una pressione sulla Spagna.

In questo scenario non sarebbe necessario ipotizzare agenti della CIA o del Mossad impegnati a dirigere materialmente i movimenti alla frontiera. Il comando operativo resterebbe marocchino: sono le autorità di Rabat a controllare il territorio, a disporre la gendarmeria e a decidere quando rendere permeabile il confine. Washington e Tel Aviv avrebbero invece potuto svolgere un ruolo di incoraggiamento strategico, copertura diplomatica e pressione mediatica (hasbara) ed indiretta, facendo comprendere al Marocco che un’iniziativa contro il governo Sánchez non avrebbe incontrato particolari resistenze da parte dei suoi principali alleati.

Questa ipotesi ibrida si fonda sulla convergenza degli interessi. Rabat vuole consolidare la propria rivendicazione su Ceuta e Melilla, impedire un riavvicinamento stabile tra Spagna e Algeria e preservare le concessioni ottenute sul Sahara Occidentale. Washington è in aperto conflitto con Sánchez su NATO, politica estera e rapporti con Israele. Tel Aviv considera la Spagna uno dei governi europei più ostili alla propria condotta a Gaza e più disponibili a riconoscere e sostenere le rivendicazioni palestinesi.

Il Marocco, inoltre, non è un attore isolato. La normalizzazione con Israele, la cooperazione militare e d’intelligence e il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara hanno creato un rapporto strategico strutturale. In un simile contesto, un segnale politico può essere sufficiente: dichiarazioni pubbliche sulla sovranità di Ceuta e Melilla, sostegno diplomatico alle posizioni marocchine, pressioni contemporanee su Madrid e assenza di condanne preventive possono costituire un ambiente favorevole nel quale Rabat decide autonomamente di agire.

Il ruolo statunitense o israeliano, dunque, potrebbe non consistere nell’ordinare l’operazione, ma nel suggerirne l’opportunità, rafforzarne il movente o garantirne implicitamente la sostenibilità politica, oltre che rafforzare la pressione mediatica. Sarebbe una dinamica tipica delle alleanze asimmetriche: l’attore regionale conduce l’azione con mezzi propri, mentre le potenze alleate offrono legittimazione, protezione diplomatica e una cornice strategica coerente.

Si tratterebbe dunqie di un’operazione guidata dal Marocco, incoraggiata o politicamente sostenuta dagli interessi convergenti di Stati Uniti e Israele. Non una regia tripartita, ma una mossa marocchina resa più probabile dalla convinzione di avere alle spalle alleati potenti, interessati anch’essi a indebolire e disciplinare la Spagna di Sánchez.

La conclusione. L’inizio.

Non abbiamo ancora la prova pubblica di una regia CIA-Mossad.Abbiamo qualcosa di già abbastanza grave. Abbiamo una frontiera che il Marocco ha dimostrato di poter aprire e chiudere. Abbiamo il precedente del 2021, quando la stessa leva fu utilizzata dopo una decisione spagnola sul Sahara Occidentale. Abbiamo fonti d’intelligence che non credono all’incidente organizzativo. Abbiamo Sánchez che torna dall’Algeria dieci giorni prima. Abbiamo gli Stati Uniti che, pochi mesi fa, hanno descritto Ceuta e Melilla come territori marocchini amministrati dalla Spagna. Abbiamo un asse militare e d’intelligence consolidato tra Rabat e Tel Aviv. Abbiamo Trump che minaccia apertamente la Spagna. E abbiamo Israele ed il suo supporto a movimenti separatisti e tutto l’interesse di rimuovere Sanchez per le posizioni anti-sioniste.

Questi elementi autorizzano — e impongono — di cercare l’ultimo anello della catena.

La tesi più robusta è quella sopra citata, che il Marocco abbia lasciato aprire la frontiera per inviare un messaggio politico alla Spagna: sulla relazione con l’Algeria, sul Sahara Occidentale, su Ceuta e Melilla o su tutti questi dossier contemporaneamente. Washington e Tel Aviv costituiscono il contesto strategico nel quale Rabat si muove e dal quale riceve sostegno.

Questa inferenza si fonda su rapporti, documenti, precedenti e interessi visibili. Le persone morte in mare non erano soldati di un’invasione. Erano esseri umani trasformati in materiale di pressione.

L’arma non è il migrante. L’arma è il confine aperto al momento giusto, contro il Paese giusto, per ottenere la concessione giusta.

E quando una frontiera europea può essere accesa e spenta come un interruttore, la questione non riguarda più soltanto l’immigrazione. Riguarda la sovranità, il ricatto e la guerra ibrida.

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Mose Bei

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