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Home Egitto

Netanyahu sotto scacco: gli avvertimenti prima del 7 ottobre, il viaggio segreto ad Abu Dhabi e l’elezione che può decidere il suo futuro

by Redazione
Settembre 30, 2026
in Egitto, Emirati Arabi, Israele, Mondo, Palestina, Politica, Prima Pagina, Sionismo
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Netanyahu sotto scacco: gli avvertimenti prima del 7 ottobre, il viaggio segreto ad Abu Dhabi e l’elezione che può decidere il suo futuro
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Le ultime rivelazioni pubblicate dalla stampa israeliana e internazionale stanno riportando Benjamin Netanyahu al punto dal quale, politicamente, non è mai riuscito davvero a fuggire: chi sapeva cosa prima del 7 ottobre 2023?

La questione è tornata esplosiva a poche settimane dalle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Reuters descrive un Netanyahu impegnato a ricostruire la propria immagine di garante della sicurezza nazionale, mentre i sondaggi indicano che il Likud potrebbe perdere circa un terzo dei suoi seggi rispetto all’attuale rappresentanza.

A rendere il quadro ancora più delicato sono due ricostruzioni riguardanti altrettanti Paesi arabi: Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

L’avvertimento degli Emirati

Secondo un’inchiesta pubblicata di recente da Haaretz, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan avrebbe personalmente avvertito Netanyahu, circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, che Hamas stava preparando un’azione militare di grandi dimensioni.

Netanyahu ha categoricamente negato di avere ricevuto quell’avvertimento e ha annunciato iniziative legali contro il quotidiano israeliano. La circostanza quindi resta contestata e non può essere presentata come definitivamente accertata.

Ma pochi giorni fa la vicenda ha assunto una dimensione ancora più singolare.

L’Associated Press ha confermato che Netanyahu ha effettuato una visita segreta ad Abu Dhabi il 27 settembre, incontrando Mohammed bin Zayed per circa un’ora. Secondo una fonte con conoscenza diretta dell’incontro citata dall’AP, Netanyahu avrebbe chiesto al presidente emiratino di smentire pubblicamente la ricostruzione di Haaretz. Gli Emirati hanno confermato ufficialmente che l’incontro si è svolto, descrivendolo però come un colloquio sulle relazioni bilaterali, senza entrare nel merito della presunta richiesta di smentita.

La pista egiziana

Pochi giorni dopo è arrivata una seconda rivelazione.

Il Wall Street Journal, citando funzionari di un governo arabo, ha riferito che il capo dell’intelligence egiziana dell’epoca, Abbas Kamel, avrebbe segnalato più volte a Israele il rischio di un attacco proveniente da Gaza.

Secondo il giornale, due precedenti segnalazioni non avrebbero prodotto risultati e Kamel avrebbe quindi telefonato direttamente a Netanyahu nei primi giorni di ottobre 2023 per trasmettergli un terzo avvertimento.

Anche su questo Netanyahu nega.

Ma le nuove ricostruzioni rafforzano un interrogativo diverso e molto più concreto: quanto furono serie le indicazioni di pericolo arrivate alla leadership israeliana e perché non produssero una mobilitazione?

Il problema politico per Netanyahu

Per anni Netanyahu ha costruito una parte enorme della propria identità politica sull’idea di essere l’uomo capace di garantire la sicurezza di Israele.

Il 7 ottobre ha colpito precisamente quel punto.

Reuters osserva che le sue credenziali sulla sicurezza sono state profondamente danneggiate dall’attacco avvenuto durante il suo governo e che le nuove rivelazioni sugli avvertimenti provenienti dai partner mediorientali sono state immediatamente utilizzate dagli avversari politici.

La questione diventa ancora più pesante perché una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana continua a chiedere un’indagine statale indipendente sulle responsabilità del 7 ottobre. Un sondaggio Channel 12 pubblicato a giugno indicava che il 66% degli intervistati voleva una commissione statale d’inchiesta nominata secondo la procedura ordinaria, soluzione alla quale Netanyahu si è opposto.

Le elezioni del 27 ottobre saranno quindi anche un giudizio sul più grave fallimento di sicurezza nella storia recente israeliana.

Il processo per corruzione continua

Sullo sfondo c’è poi un altro problema che Netanyahu si porta dietro da anni: il processo penale.

Il premier è imputato in tre procedimenti per corruzione, frode e abuso di fiducia.

Il caso più grave riguarda l’accusa secondo cui Netanyahu avrebbe favorito regolatoriamente la società di telecomunicazioni Bezeq in cambio di una copertura favorevole sul sito d’informazione Walla. Negli altri procedimenti è accusato, tra l’altro, di aver ricevuto circa 200.000 dollari in regali da uomini d’affari e di avere discusso con un editore possibili vantaggi legislativi in cambio di una copertura giornalistica più favorevole.

Politicamente, il processo e il 7 ottobre finiscono inevitabilmente per sovrapporsi.

E gli israeliani?

I sondaggi consentono di affermare che gli Israeliani hanno sostenuto la campagna genocidaria a Gaza.

Un sondaggio Pew condotto nel 2026 rileva che il 64% degli ebrei israeliani considera eccessivi gli aiuti umanitari statunitensi destinati ai civili di Gaza; tra gli elettori che sostengono la coalizione di Netanyahu la percentuale sale al 76%.

Allo stesso tempo, il consenso verso la prosecuzione della guerra e quello verso Netanyahu non sono la stessa cosa. Già nel 2025 circa due terzi degli israeliani erano favorevoli a un accordo che prevedesse il rilascio degli ostaggi, la fine delle ostilità e il ritiro israeliano da Gaza.

Ed è proprio questa contraddizione che rende l’attuale campagna elettorale critica: una società può sostenere una politica militare disumana verso Gaza e, contemporaneamente, ritenere il proprio primo ministro responsabile di un fallimento nazionale.

La parte documentata della vicenda è già sufficientemente grave.

Sappiamo che Haaretz ha riferito di un presunto avvertimento emiratino a Netanyahu prima del 7 ottobre.

Sappiamo che il Wall Street Journal ha successivamente riportato, citando fonti arabe, che anche il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe avvertito Netanyahu direttamente.

E sappiamo che Netanyahu è poi andato segretamente ad Abu Dhabi, dove, secondo una fonte citata dall’Associated Press, avrebbe chiesto a Mohammed bin Zayed di negare pubblicamente di averlo avvertito.

John Kiriakou, ex funzionario della CIA, ha paragonato pubblicamente il caso alle domande rimaste dopo l’11 settembre sugli avvertimenti ignorati dalle istituzioni americane.

La domanda documentabile è dunque: quanti avvertimenti arrivarono prima del 7 ottobre, chi li ricevette, quanto erano specifici e perché il sistema politico e militare israeliano non reagì?

A tre anni dall’attacco, con Netanyahu impegnato contemporaneamente in una battaglia elettorale, in un processo penale e in una controversia sulle proprie responsabilità per il più grave fallimento di sicurezza della storia recente del Paese, quella domanda è tornata al centro della politica israeliana con il potenziale di rendere lo scacco contro Netanyahu una condanna seguita dal carcere.

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