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Venezia, una moschea non è un premio per “buona integrazione”: la lettera aperta al sindaco Venturini

by Redazione
Settembre 6, 2026
in Islam, Italia, Politica, Voci
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Venezia, una moschea non è un premio per “buona integrazione”: la lettera aperta al sindaco Venturini
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Lettera aperta di Matteo ‘Ali Scalabrin, cittadino veneziano musulmano convertito all’Islam dal 1999, indirizzata al sindaco di Venezia Simone Venturini il 26 agosto 2026, sul progetto di realizzazione di una nuova moschea in Via Giustizia a Mestre, promosso dalla comunità bengalese locale.

Il contesto. Scalabrin si presenta come veneziano di nascita e di tradizione familiare, oltre che frequentatore abituale del Centro Culturale Islamico di Viale Monzani a Marghera, l’unico luogo di culto islamico stabile e conforme alla pianificazione urbanistica comunale, benché si tratti di fatto di un capannone industriale adattato con sacrifici dai fedeli: una sistemazione dignitosa ma inadeguata, che l’autore paragona ironicamente a far celebrare messa ai cristiani in un capannone.

La comunità bengalese, dopo un progetto già avviato dalla precedente amministrazione Brugnaro (poi modificato togliendo minareti e cupole), ha acquistato con raccolte fondi proprie, senza alcun contributo dell’8xmille, un’area degradata di circa 8.000 mq per 1,5 milioni di euro, con l’obiettivo di riqualificarla e costruirvi una moschea, seguendo l’iter amministrativo e urbanistico previsto dalla legge.

L’opposizione del sindaco e la replica. Il sindaco Venturini si è però espresso contro il progetto, motivando la propria posizione con una presunta insufficiente integrazione della comunità bengalese, e indicando come precondizioni la riduzione dell’abbandono di rifiuti, l’integrazione delle donne, l’apprendimento della lingua italiana, il rispetto dei regolamenti comunali sul commercio e un uso più consapevole dei servizi pubblici, prima di poter “eventualmente aprire un tavolo” su quello che definisce un percorso “ancora molto lungo”, escludendo comunque “progetti faraonici”.

Scalabrin contesta duramente questa impostazione. Ricorda che la libertà di culto (art. 19 della Costituzione) e il principio di uguaglianza con il dovere di rimuovere gli ostacoli che ne limitano l’esercizio effettivo (art. 3) si rivolgono a “tutti i cittadini”, senza distinzioni: si tratta di un diritto pubblico soggettivo, non di una concessione subordinata a valutazioni discrezionali sul grado di integrazione, applicabili altrimenti in modo arbitrario e generalizzante a un’intera comunità di fedeli eterogenea al proprio interno per storia, provenienza, professione e grado di radicamento sul territorio.

Richiama inoltre le fonti internazionali: l’articolo 9 della CEDU e l’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, oltre al percorso storico di dialogo Stato-Islam in Italia (Consulta per l’Islam italiano del 2005, Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione del 2007, Comitato per l’Islam italiano del 2010, poi arenatosi). Precisa infine che l’assenza di un’Intesa tra Stato e organizzazioni islamiche ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione — che disciplina aspetti come sepolture, festività e permessi religiosi — non sospende affatto la libertà religiosa già garantita, e non può essere usata come pretesto per bloccare un luogo di culto.

Integrazione come processo reciproco. Per l’autore, l’integrazione non può essere un processo a senso unico preteso dalla sola comunità musulmana: è un percorso reciproco fatto di incontro e riconoscimento. Osserva che il Comune stesso offre pochi servizi diretti, spesso subappaltati a cooperative e insufficienti, mentre gran parte del lavoro di accoglienza (corsi di lingua, sostegno alle famiglie, servizi fiscali) è svolto da associazioni, parrocchie, patronati e dagli stessi centri islamici. Denuncia inoltre un’ipocrisia di fondo: si accetta la manodopera immigrata a basso costo — nei cantieri navali, nelle cucine dei ristoranti, nei negozi — ma si negano i diritti di piena cittadinanza sostanziale a chi chiede solo un luogo dignitoso per pregare.

Una moschea regolare, visibile e aperta a tutte le nazionalità musulmane (non riservata alla sola comunità bengalese) rappresenterebbe uno strumento di trasparenza, dialogo e coesione sociale, contribuendo anche a far emergere dall’illegalità le sale di preghiera informali in garage e capannoni che, altrimenti, continueranno comunque a esistere in modo abusivo, alimentando diffidenza reciproca invece di ridurla.

I precedenti citati. A sostegno della propria tesi, Scalabrin elenca numerose moschee italiane regolarmente autorizzate senza che la loro realizzazione fosse subordinata a verifiche sul grado di integrazione dei fedeli: la Grande Moschea di Roma, Colle Val d’Elsa, Ravenna, la moschea al-Rahman di Segrate e quella di Piazza Cutelli a Catania. Sottolinea come la stessa Venezia abbia accolto senza analoghe condizioni la nuova cattedrale copta ortodossa di Campalto (a fronte di una popolazione comunale di quella fede attorno allo 0,3-0,4%) e la chiesa ortodossa di Zelarino (3-4%), edifici con elementi architettonici — colonne simili a minareti, cupole — di ispirazione orientale, a fronte di una popolazione musulmana comunale stimata tra il 7 e l’8%.

Ricorda inoltre precedenti storici e recenti specificamente veneziani: una sala di preghiera islamica documentata presso il Fondaco dei Turchi a Santa Croce, attiva dal 1621 (o prima) fino al 1768 — richiamando anche l’etimologia araba della parola “fondaco/fondego”, da funduq, “locanda” o “magazzino”; il tentativo del 2014, con il premier Letta, la comunità marocchina e la Fondazione Musei Civici, di istituire un centro islamico a Palazzo delle Pescherie a Rialto; e il caso del 2015, quando l’ex chiesa sconsacrata di Santa Maria della Misericordia fu allestita come moschea funzionante per un progetto artistico del Padiglione islandese alla Biennale, salvo che le autorizzazioni furono revocate — sotto la pressione del Patriarcato — non appena alcuni fedeli iniziarono davvero a pregarvi. Cita infine, come esempi di convivenza storica fra religioni nonostante conflitti e interessi politici, città come Istanbul, Sarajevo, Mostar, Toledo, Cordova, Salonicco, Alessandria d’Egitto e Singapore.

La critica alla logica della colpa collettiva. Un nucleo centrale della lettera è il rifiuto della logica per cui il comportamento presunto di alcuni individui giustificherebbe la limitazione di un diritto fondamentale per un’intera comunità religiosa. Scalabrin chiede provocatoriamente cosa accadrebbe se un cittadino cristiano autoctono non rispettasse la raccolta differenziata o i regolamenti comunali: gli si impedirebbe di andare a messa? E si domanda se la stessa freddezza sarebbe stata riservata a una richiesta analoga proveniente dalla comunità marocchina o da quella afro-subsahariana, osservando come la moschea, per sua natura, sia comunque un luogo aperto a tutti.

Affronta anche il tema del velo integrale, chiarendo che non è un obbligo previsto dall’Islam né dalla giurisprudenza islamica, ma un retaggio culturale di alcune famiglie, superabile attraverso il dialogo piuttosto che con approcci di chiusura; ricorda inoltre, sul piano giuridico italiano, che il velo (anche integrale) non costituisce di per sé un mezzo illecito di occultamento dell’identità, come chiarito dal Consiglio di Stato nel 2008, e che comunque molte donne che non lo indossano continuano a pregare in condizioni inadeguate, spesso in spazi ancora più angusti di quelli riservati agli uomini.

La conclusione. Scalabrin dichiara di non rappresentare alcuna fazione né di avere legami con il progetto bengalese, definendo la lettera una riflessione personale suscitata dalla chiusura del sindaco, che a suo dire turba l’intera comunità islamica locale. Richiama i versetti coranici che invitano al dialogo “con saggezza e buona parola” (16,125) e nel modo migliore (29,46), sottolineando ciò che unisce cristiani e musulmani più di quanto li divida. Si augura che le proteste annunciate dalla comunità bengalese non degenerino, e si appella infine alla sensibilità cattolica del sindaco, richiamando l’auspicio di dialogo costruttivo espresso dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia. Chiude la lettera con un tono lieve, chiedendo scherzosamente di essere invitato al taglio del nastro della futura moschea.

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