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Home Letteratura

Ordine contro caso, ecco perchè ci piacciono tanto i gialli

by Paolo Grasso
Aprile 14, 2021
in Letteratura, Società, Voci
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Ordine contro caso, ecco perchè ci piacciono tanto i gialli
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Non si stancano mai di risolvere casi e soprattutto i problemi economici di molte case editrici e di produzione. Ispettori, commissari e questori che nella vita quotidiana evocano un problematico grigiore da evitare, quando si colorano di giallo suscitano un’attrazione fatale. Romanzi, film, fiction e serie ipnotizzano il pubblico di tutte le età. Da cosa nasce questo successo?

Ovvio, c’è la suspense. Quell’adrenalina invisibile che avvolge la trama per farla scorrere veloce catturando gli occhi, ostinati come una bocca nell’arsura estiva che chiede sempre più acqua. Acqua ed episodi, sete ed intreccio: la storia viene bevuta d’un fiato. Da non sottovalutare l’effetto settimana enigmistica; giocare a scomporre e ricomporre soluzioni solleticando il desiderio di indagare, altrimenti sopito se non mortificato dalle risposte quotidiane prive di autentica domanda.  

Sotto traccia si nasconde però il meccanismo fondamentale. Risolvere un caso significa cancellare le orme casuali nel quotidiano incedere. Detto altrimenti, ogni caso risolto rappresenta una battaglia vinta contro l’incidenza del caso nella vita. Il commissario rappresenta sempre l’alfiere della razionalità all’interno della storia. Quante più debolezze o vizi possiede, tanto meglio; ci indica che nonostante l’umana fragilità, gli intralci e le comuni fatiche la ragione finisce sempre col trionfare perché capace di riportare ordine nell’assurdo dell’esistenza. Se il commissario ha l’accento siciliano, campano o romano ancora meglio. Che riportare ordine tra i detriti di un sud disordinato e pittoresco, trasfonde sempre maggiore soddisfazione e sicurezza. Sai che noia un commissario perso nella pianura padana; per dare vigore alla storia di sicuro finirebbe col diventare lui il colpevole. Sulla sponda opposta troviamo proprio il colpevole, in genere incarnazione di uno o più dei sette peccati capitali. Che sia lussuria, avarizia o gola l’importante è che la colpa si condensi tutta intorno alla sua figura, lasciando le briciole al contesto circostante. Quando il colpevole viene scoperto è lui a pagare il male insito nelle sue azioni, riscattando la colpa dell’intera società che lo circonda.  

Ma in fondo quel che davvero conta non è la lotta del bene contro il male, lascito manicheo fin troppo semplicistico. Quel che conta è la battaglia dell’ordine contro il caso. Pare infatti esser più facile accettare con masochistico piacere la presenza del male nelle nostre vite piuttosto che chinare il capo dinanzi alla presenza del caso. E lo sapevano bene i medievali per i quali ogni frammento di caso costituiva un attacco inferto all’onnipotenza divina. Per loro perfino il gioco d’azzardo costituiva un’ignobile resa alla logica del caso e andava severamente punito. Poi però il divino è stato ucciso, lo Stato ha scoperto di arricchirsi col gioco d’azzardo e il pubblico si è incantato ad adorare le icone dei commissari. Insomma nel caleidoscopio scaturito dall’uccisione divina mai è stata tralasciata la nobile lotta umana contro il caso.

Non c’è malattia, omicidio, guerra capace di sottrarsi alla lente microscopica della ragione con le sue ancelle di spiegazioni, cause ed effetti. Così anche nel quotidiano la solita domanda resta: chi ci salverà? Chi è il colpevole? Oggi da una parte si profila un paese commissariato in attesa del redentore (che sia vaccino o mente geniale prestata alla politica); dall’altra il volto del male intorno a cui coagulare tutte le ragioni (che sia potente o setta diabolica). E che sia commissario o criminale, Redentore o Mefistofele non importa; quel che conta è d’aver ricostruito un ordine e una trama, un pallido e fertile senso in questo accumulo di frammenti che è diventato il reale. Integrati o complottisti, disinformati ed informati, tutti assurti a piccoli teologi positivi e negativi, che credono nell’equivalenza tra racconto e realtà.  

E così il giallo è diventato il re degli intrattenimenti. Il giallo appunto e non il nero del noir che è passato di moda, perché lì si esagerava un po’ dato che era tutto il contesto ad esser scuro e quasi nessuno si salvava. Il giallo al contrario è un tenue color pastello che edulcora la realtà. Si trattiene il respiro, si affanna dietro alla dispersione degli indizi disseminati qua e là, per poi convogliare tutto il residuo di fede nel commissario. E infine esultare quando impugna il puzzle, lo ricostruisce pezzo dopo pezzo per metterci davanti la foto di un bel paesaggio lacustre. Un immobile e ordinata realtà in cui ci specchiamo per ripeterci che sì, in fondo la vita continua ad avere una sua linearità. Poi le indagini vanno avanti costanti e se proprio non sarà un dio a salvarci e a spiegarci ogni cosa, potremmo sempre contare in un simpatico commissario del sud.

Tags: CommisarioGialloLetteratura
Paolo Grasso

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