Un rogo contro una moschea, cori di odio in piazza. Un’eurodeputata che aggredisce una donna musulmana per strada davanti alla figlia piccola.
Tre episodi in pochi giorni. Non incidenti isolati, non singoli esaltati: il prodotto prevedibile di un clima che qualcuno ha deliberatamente costruito, e che ora produce i suoi frutti.
Cagliari: un attentato incendiario
Nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, ignoti hanno cosparso di liquido infiammabile le fioriere davanti all’ingresso della moschea Al-Hoda di via del Collegio, nel quartiere Marina di Cagliari, e hanno appiccato il fuoco. Le fiamme hanno raggiunto il portone del luogo di culto, annerito la facciata, invaso i vani scala delle abitazioni vicine. A evitare conseguenze ben più gravi sono stati i residenti del quartiere, intervenuti a spegnere il rogo prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. L’imam ha dichiarato di essere qui da quarant’anni e di non aver mai visto nulla di simile.
Non ci sono più dubbi sulla matrice dolosa: i carabinieri hanno trovato il punto di innesco. Sul caso indagano ora anche il Ros — il Raggruppamento Operativo Speciale che si occupa di terrorismo — e la Digos. Il sindaco Massimo Zedda ha parlato apertamente di «atti criminali caratterizzati da odio religioso e razziale».
Roma, 13 giugno: cori contro i musulmani nel cuore della capitale
Il giorno dopo, in piazza a Roma, migliaia di persone hanno sfilato nel corteo del comitato “Remigrazione e Riconquista” — guidato da Luca Marsella, portavoce di CasaPound. Quattromila persone, secondo le stime più prudenti, nel quartiere Prati, a pochi passi da San Pietro, a intonare “musulmano pezzo di merda”.
Chiamiamo le cose con il loro nome. La “remigrazione” non è una proposta politica sull’immigrazione irregolare: è un progetto di deportazione di massa. Non di stranieri senza documenti, ma di chiunque — compresi figli e nipoti nati in Italia — non corrisponda a un’idea etnica e identitaria della nazione. E in quella piazza, si è gridato contro i musulmani in quanto tali, non contro terroristi o criminali: contro una comunità religiosa di tre milioni di persone. La stessa che due giorni prima aveva visto bruciare la sua moschea a Cagliari.
L’UCOII, in un comunicato durissimo, ha chiesto «una presa di posizione pubblica, chiara e inequivocabile da parte delle istituzioni nazionali». Ha aggiunto che «in momenti come questo il silenzio istituzionale pesa». Non è arrivata.
Torino: Sardone ferma una donna per strada
Il terzo episodio è forse il più inquietante, perché ha un volto istituzionale. Silvia Sardone, eurodeputata e vicesegretario della Lega — la seconda carica del partito di governo — ha girato e pubblicato un video in cui ferma per strada a Torino una donna musulmana con il niqab, con una bambina affianco. Non una figura pubblica. Non una rappresentante politica. Una donna nella sua vita privata, trasformata in bersaglio di propaganda.
Dal video si vede Sardone rivolgersi alla donna sostenendo di “dispiacersi” per lei, insinuando che qualcuno la obblighi a vestirsi così. La donna risponde: nega, dice di non voler essere filmata, rivendica la propria libertà, arriva a dire di sentirsi più libera di chi la sta incalzando con una telecamera in faccia. Sardone, invece di fermarsi, usa la bambina presente per colpire la madre: dice di dispiacersi anche per la figlia, e quando la donna chiede di non essere ripresa la Sardone la definisce: sacco dell’immondizia. Tutto questo di fronte alla figlia della donna, umiliando la donna e facendo di fatto una violenza assistita alla minore. Silvia Sardone è retribuita lautamente con i soldi delle tasse pagate dai cittadini, anche da quelli musulmani.
La stessa Sardone, pochi mesi fa, aveva definito il velo islamico «un sacco della spazzatura» e depositato in Parlamento una risoluzione «contro l’islamizzazione delle scuole». È la seconda carica di un partito di governo. Ha la scorta del Viminale, scorta che viene usata per scorrazzarla in giro a compiere queste aggressioni, agenti di polizia che a Torino erano a pochi centimentri dalla Sardone mentre questa insultava la donna musulmana.
La destra e la grancassa mediatica
Questi tre episodi non sono caduti dal cielo. Sono il prodotto di anni di campagna sistematica: settimane dopo settimane, talk show dopo talk show, il musulmano è stato presentato come minaccia, corpo estraneo, barbaro da contenere. I principali quotidiani e canali del centrodestra hanno costruito un immaginario coerente e deliberato in cui l’islam è un problema e la moschea un avamposto di conquista.
Chi ha seminato questo clima non può oggi stupirsi del raccolto. Se un’eurodeputata e vicesegretario di partito si sente autorizzata ad aggredire verbalmente una donna privata in strada davanti alla propria figlia, cosa si sentiranno legittimati a fare i militanti, i simpatizzanti, i cittadini comuni galvanizzati da anni di discorsi che indicano un nemico? La risposta si chiama rogo. Si chiama coro. Si chiama caccia all’uomo.
Il silenzio delle opposizioni
Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Perché accanto all’offensiva c’è un’assenza che fa altrettanto male.
Le opposizioni tacciono. Non perché non sappiano: tacciono perché hanno deciso che difendere apertamente i musulmani italiani non paga elettoralmente. Che l’opinione pubblica, anche quella non islamofoba, non premierebbe chi prende posizione. È un calcolo cinico — e, probabilmente, anche sbagliato nei fatti. Ma soprattutto è moralmente indifendibile.
Il risultato è che quando la destra fa del discorso anti-islamico il proprio tema principale, dall’altra parte quel tema non esiste. Nessun contrappeso, nessuna voce. Tre milioni di persone lasciate sole.
Le istituzioni: una domanda senza risposta
E il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione?
La domanda va posta con tutta la sua durezza: cosa avrebbe detto Mattarella se a Cagliari avessero bruciato una sinagoga? Con quale tempismo avrebbe risposto Piantedosi se i cori di Roma fossero stati contro gli ebrei? Con quali parole sarebbe stata commentata, a livello istituzionale, un’eurodeputata che ferma per strada una donna ebrea con la telecamera puntata addosso?
Non ci vuole molta fantasia per immaginare la risposta: dichiarazioni immediate, sgomento trasversale, indagini rapide. E avrebbe avuto ragione — perché quell’odio è inaccettabile, e chi lo subisce merita la piena protezione dello Stato.
Ma i musulmani italiani — un milione e duecentomila dei quali sono cittadini italiani, non si sentono protetti. Non si sentono tutelati.
L’articolo 8 della Costituzione garantisce uguale libertà a tutte le confessioni religiose. L’articolo 3 garantisce uguale dignità a tutti i cittadini. Non sono principi a geometria variabile.
La misura è colma
I nostri figli crescono in questo paese e crescono anche in questo clima — quello dei cori contro di loro nelle piazze, delle moschee che bruciano, delle donne fermate per strada da chi dovrebbe rappresentarli nelle istituzioni europee.
La misura è colma. Il silenzio — di governo, di opposizione, di istituzioni — è esso stesso una scelta politica. Una scelta che ha conseguenze reali, nella vita reale, di persone reali.



