Mario Adinolfi, giornalista ed ex leader del Popolo della Famiglia, è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma su una presunta truffa legata alla cosiddetta “Scommessa Collettiva” e su un’ipotesi di evasione fiscale. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il danno ammonterebbe a circa cinque milioni di euro, con ulteriori 400mila euro contestati sul piano fiscale.
Ill tempismo politico è impossibile da ignorare. Solo pochi giorni fa Adinolfi era tornato al centro della scena con una manifestazione contro la presunta “invasione islamica”, tra crocifissi, preghiere e slogan identitari. Repubblica ha ricordato anche altre sue uscite recenti, dal tour nei minimarket bengalesi alla frase sui “bangla” che avrebbero impiantato un “regime del terrore islamista”.
Non è un episodio isolato. In un suo testo pubblicato a maggio, Adinolfi ha scritto che “l’islamismo è il male del mondo”, ha parlato di presunta violenza coranica, di una presunta radice violenta del Corano e ha proposto persino lo screening dei musulmani presenti in Italia, oltre all’obbligo dell’ora di religione cattolica per i giovani musulmani di seconda generazione che aspirano alla cittadinanza.
È in questo contesto che l’arresto assume un valore politico preciso, senza bisogno di forzare i fatti. Non dimostra che una parte politica sia criminale. Non autorizza generalizzazioni inverse. Dimostra, molto più semplicemente, che la legalità non è una clava da agitare contro le minoranze: è un principio che vale per tutti, anche per chi ha costruito consenso accusando intere comunità di essere un pericolo per l’Italia.
Ed è proprio qui che il caso Adinolfi si incrocia con quello di Silvia Sardone. Mentre Sardone, Cisint e Ceccardi si presentano imbavagliate e chiedono un incontro al Presidente Mattarella, raccontando le denunce come un tentativo di zittire le loro “battaglie”, il punto resta un altro: la legge non imbavaglia. La legge valuta fatti, parole, condotte e possibili responsabilità.
Per questo il vittimismo delle eurodeputate leghiste appare rovesciato rispetto alla realtà. Non sono loro a essere private dello spazio democratico: sono chiamate a rispondere, come chiunque, del modo in cui quello spazio viene usato. La libertà politica non è licenza di trasformare cittadini e cittadine in bersagli pubblici. La denuncia non è censura: è lo strumento attraverso cui una democrazia verifica se un abuso sia avvenuto.
Il caso Adinolfi lo ricorda con una chiarezza quasi didascalica. Chi per anni ha indicato nei musulmani una minaccia collettiva ed una intrinseca illegalità oggi si trova davanti alla legge non per ciò che pensa, ma per accuse precise su comportamenti individuali. È questa la differenza che la propaganda prova continuamente a cancellare: le comunità non si processano; gli atti sì.
Ed è per questo che la legge fa paura a chi vive di propaganda. Perché toglie la scena agli slogan, riporta i fatti al centro e ricorda a tutti — anche ai più rumorosi predicatori della legalità — che la responsabilità non si misura sull’identità degli altri, ma sulle proprie azioni.





