Adesso stiamo tutti diventando persiani, alla faccia dell’ironico “Ma come si fa a essere Persiani?” con il quale Montesquieu nelle settecentesche Lettere Persiane prendeva in giro l’eurocentrismo francese. Nonostante decenni di demonizzazione oggi, scrive Davide Piccardo, “la verità è che la simpatia verso l’Iran e la solidarietà con il popolo iraniano prevalgono”. Non è la prima volta. Nel secondo dopoguerra Mohammed Reza Pahlevi, noto come lo “shah di Persia”, con le vicende delle sue mogli riempie le cronache mondane dei rotocalchi (la chiamavano “modernizzazione”). Alla vigilia del ‘68 nelle strade di Berlino gli studenti manifestavano scandendo “Mo-Mo-Mosaddegh!”, il nome della vittima di un colpo di stato organizzato dai servizi anglo-americani contro il primo governo democraticamente eletto in Iran, rimosso dalla memoria dell’Occidente (ma debitamente richiamato da Piccardo). Alla vigilia del 1979 Foucault visita l’Iran come inviato del Corriere della Sera e fa scandalo parlando del rapporto tra politica e spiritualità. Nel 2015, dopo l’accordo sul nucleare iraniano promosso da Obama l’Iran diventa “the place to be” sicuro e women-friendly nonché, sempre per il Corriere della Sera che ne promuove il turismo, “il luogo più ospitale del mondo” (Sara Melotti, 13-12-2019).
Passano gli anni, cambiano i presidenti, l’Iran di nuovo ci viene raccontato come “una prigione oscurantista abitata da fanatici” che può essere attaccato impunemente, assistiamo impassibili all’assassinio dei suoi leader e scienziati finché si arriva all’oggi, cioè al febbraio 2026. Per la seconda volta Israele e Stati Uniti attaccano l’Iran a sorpresa, senza dichiarazione di guerra, anzi mentre sono in corso negoziati. Succede l’inaspettato: l’Iran, infinitamente più debole sul piano militare, inaspettatamente, resiste. Ed è allora che Davide Piccardo sente il bisogno di scrivere Iran. La guerra di Epstein (Milano, Editori della Luce, 2026), di spiegare il perché di quella aggressione e il come di quella resistenza. Per farlo parte da lontano. Con la libertà che può prendersi chi non scrive un lavoro accademico Piccardo allinea fatti dimenticati, decostruisce parole e spacchetta espressioni che compaiono tutti i giorni sui media, che nessuno sente il bisogno di spiegare ma che servono a giustificare. Ed è per questo che il libro rappresenta una boccata d’aria fresca per il profano di cose orientali che da tempo sente che qualcosa non torna, un farmaco per il mal di stomaco che coglie ogni giorno l’onesto ricercatore dedito alla lettura dei media mainstream, e un piacere per chiunque abbia ancora a cuore l’onestà intellettuale.
Partire da lontano significa spiegare che prima dell’Iran c’è stata Gaza ed è “impossibile capire la guerra all’Iran senza tenere Gaza come sfondo permanente”, vale a dire le centinaia di bambini uccisi ogni giorno, gli ospedali bombardati, i giornalisti assassinati, le famiglie sterminate, sotto gli occhi dell’Occidente che finanziava, armava, legittimava le stragi, mentre l’Iran era accanto a Gaza e ai suoi combattenti. Ma Gaza, a sua volta, da dove salta fuori? Per capire Gaza occorre risalire al “peccato originale” dell’Occidente: il colonialismo e il suo ultimo atto, la spartizione del Medio Oriente tra Francia e Inghilterra con l’accordo Sykes-Picot, preludio alla spartizione della Palestina “mandataria” (vale a dire occupata dalla potenza coloniale britannica) ad opera di un pugno di nazioni raggruppate nella neonata Onu. E per capire come sulla base di un accordo segreto e impresentabile e di una fragile risoluzione capeggiata da potenze imperiali sia stato portato avanti un progetto che ha espulso 700 000 persone dalla loro terra, distrutto 530 villaggi, “cancellato una civiltà intera” bisogna capire il sionismo come progetto politico: un progetto che non si identifica con l’ebraismo, che è nato ben prima della Shoah e che ha sfruttato politicamente quella tragedia per legittimare il massacro tuttora in corso di una popolazione che con lo sterminio degli ebrei non aveva nulla a che fare. Solo una volta allineati questi fatti arriviamo alla Repubblica islamica dell’Iran, nata nel 1979, cioè trent’anni dopo la Nakba. Essa sceglie di appoggiare la resistenza palestinese la quale – sia ben chiaro – non ha aspettato la sua nascita per organizzarsi (chi ne vuole sapere di più su questo tema legga la bellissima autobiografia di Yahya Sinwar, Le spine e il garofano, pubblicata sempre da Editori della Luce accolta con un silenzio assordante dall’Occidente). Per questa scelta l’Iran ha pagato e paga tuttora un prezzo altissimo.
E qui arriviamo all’altro aspetto che rende un piacere la lettura di questo libro per chi ha ancora un minimo di onestà intellettuale: la decostruzione delle parole. La prima chiamata in causa (siamo a pagina 3), è la parola “interessi”: bisogna resistere alla tentazione, scrive Piccardo, di “spiegare tutto con gli interessi”. Oh, finalmente, perché sinceramente non se ne può più di sentire il mantra degli “interessi regionali” dell’Iran. Quali siano poi questi interessi non ci viene mai spiegato. Perfino l’intelligenza artificiale si rivela estremamente stupida quando glielo si chiede, allineando una serie di tautologie (ma di questo ci occuperemo un’altra volta). Sta di fatto che un paese che non è nato ieri ma è una delle più antiche civiltà del mondo, con ventisette secoli di storia, sta pagando il suo sostegno alla resistenza palestinese con sanzioni, aggressioni, omicidi di leader, economia strangolata, relazioni boicottate, demonizzazione mediatica, tentativi esterni di fomentare la guerra civile. Strano modo veramente di intendere i propri interessi. Non poteva l’Iran fare come le monarchie del Golfo – quei “troni costruiti a Londra” come ci ricorda Piccardo, che “hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele mentre Gaza bruciava” – e occuparsi dei propri affari economici e petroliferi? E gli ayatollah non potevano puntare a “mantenersi al potere” distribuendo prebende alle classi medie e popolari?
La seconda parola che Piccardo decostruisce è “proxy”: onnipresente anch’essa e mai spiegata (chissà quanta gente sa davvero cosa vuol dire, per il grande pubblico sospetto indichi semplicemente qualcosa da disprezzare). La miseria attuale dell’Occidente si riflette in una narrazione da cui parole come lealtà verso gli alleati e solidarietà con i fratelli sono sistematicamente espunte, sostituite da “competizione per il dominio regionale” (e pazienza che in questa “competizione” l’Iran, al contrario di Israele, non abbia mai invaso nessuno, occupato nessuno, annesso nessuno né ce l’abbia in programma) e “guerra per procura”. “Proxy”, nei media, sono “pedine, burattini, strumenti nelle mani di Teheran … una parola che la narrazione mainstream usa sistematicamente per descrivere Hezbollah, Hamas, gli Houthi yemeniti e le milizie irachene.” Bollandoli come “proxy” si nega soggettività politica a “movimenti che hanno ciascuno la propria storia, le proprie radici” e le proprie ragioni – una negazione su cui poggia altresì una regola non scritta che i governi occidentali “applicano con coerenza assoluta”: quella per la quale un partito di ispirazione islamica, se anche vince elezioni democratiche, non può governare. Di nuovo Piccardo allinea gli esempi: il Fis in Algeria e Hamas in Palestina, le primavere arabe in Egitto e in Tunisia, i casi della Giordania e del Kuwait, e quello della Turchia –si potrebbe dedicare loro un intero capitolo in un manuale di scienza politica. Se l’ebraismo politico, alias sionismo, va bene l’islam politico invece è “il nemico da eliminare”. L’Iran smentisce questa regola: ragione di più per cercare di eliminarlo.
C’è poi una terza parola che oggi in Occidente è molto cringe: si tratta di “martirio”. Una parola imbarazzante, che suscita disagio, tant’è vero che nei media viene messa sistematicamente tra virgolette, come a dire: guardate che sono “loro” (fanatici, ignoranti) a chiamarlo “martirio”, noi in questa cosa mica ci crediamo. Piccardo invece si permette di scrivere (già a pagina 5 e senza virgolette) che l’agire dei combattenti di Gaza, che hanno scelto di resistere “mentre il mondo intero si voltava dall’altra parte, contro una delle macchine da guerra più potenti del pianeta, in una delle condizioni più disperate della storia umana” si chiama in tutto il mondo eroismo – shahada nell’islam, martirio nel cristianesimo, ovvero “testimonianza” (lo si insegnava una volta ai bambini a catechismo) del fatto che “ci sono cose per cui vale la pena morire”. Al cuore dello sciismo, scrive Piccardo, c’è un martirio fondativo, il massacro di Hussein, nipote del profeta Maometto, e della sua famiglia a Kerbala. Esso testimonia di un “dovere di resistere … assoluto, anche di fronte alla morte certa”; configura la Shia come un “movimento di rivolta contro l’ingiustizia”. Secoli dopo, racconta ancora Piccardo, quando contro la neonata Repubblica islamica viene lanciato l’Iraq di Saddam Hussein, armato e sostenuto da una coalizione di paesi occidentali, Unione sovietica e paesi del Golfo, si sono visti adolescenti usati per “aprire varchi nei campi minati”, qualcosa che l’Occidente secolarizzato chiama fanatismo (ma si è dimenticato delle liceali di Stalingrado cui era affidata la controaerea) mentre “chi lo guarda con gli occhi della storia lo chiama martirio – e riconosce che ogni tradizione umana, in ogni epoca, ha avuto i suoi martiri”. Il martirio della Guida Suprema Ali Khamenei, poche ore dopo l’inizio dell’operazione israelo-americana Epic Fury, contrariamente alle aspettative degli aggressori “salda la nazione intorno alla resistenza”. Perché la parola martirio, nella tradizione sciita, “non è retorica, è una categoria teologica precisa”. Come a dire: e con questo vi abbiamo spiegato tutto.
In verità Piccardo spiega anche altro, o meglio apre altri corposi dossier. C’è quello siriano dal quale, al di là del tragico errore che è stato il sostegno al regime di Bashar al Asad, fa capolino l’improvvisa comparsa sui media mainstream del binomio sunniti-sciiti e l’improvviso materializzarsi, sul terreno, dell’Isis. C’è quello del nucleare iraniano, dal quale fa capolino una piccola clausola, “mai attuata” e oggi dimenticata, che pure era l’unica ratio che rendeva il Trattato di Non Proliferazione eticamente sostenibile: il progressivo disarmo delle potenze nucleari.
A questo punto chi legge si chiede: ma perché “la guerra di Epstein”? Allora lo dico subito: io il libro non l’avrei chiamato così. Non perché Epstein non c’entri ma perché a fronte del grande afflato storico, culturale, spirituale in cui Piccardo giustamente ricolloca la vicenda dell’Iran, a quel “gestore di un sistema di ricatto e corruzione che coinvolgeva i livelli più alti del potere occidentale” viene fatto troppo onore: ha più probabilità di finire nella pattumiera della storia che tra i suoi capitoli chiave. Viene fatto troppo onore al messianismo giudaico-nazionalista espresso dall’ala estremista del governo di Netanyahu, il quale si affida alle incursioni di Ben Gvir sulla Spianata delle Moschee e ai suoi roboanti proclami sul Terzo Tempio per distrarre l’opinione pubblica mondiale dalla razionalissima politica degli espropri di campi e orti in Cisgiordania che si sta mangiando pezzo per pezzo tutto il territorio, portata avanti da Smotrich il quale proclama il diritto biblico su quelle terre ma i cui coloni si appoggiano su Tsahal, spina dorsale del sionismo laico, ateo e materialista. E lo stesso vale per il messianismo evangelico americano del direttore del Pentagono Pete Hegeseth, la sua Croce di Gerusalemme tatuata sul petto, i suoi riferimenti all’Armageddon e i suoi ufficiali che indottrinano i soldati con la teologia dell’Apocalisse: non sono i primi, basta rinfrescarsi la memoria (per la mia generazione, non quella di Piccardo) con il Vietnam di Apocalypse Now. Fa troppo onore all’ “accelerazionismo tecnologico” della Silicon Valley trattato alla stregua di una corrente di pensiero filosofica talmente conosciuta e affermata da non necessitare nemmeno un inciso di spiegazione per il grande pubblico, che Piccardo considera una “dottrina escatologica” senza essere colto dal sospetto che il marketing di una azienda come Palantir, di Peter Thiel, che fornisce infrastruttura di analisi dei dati all’intelligence americana e israeliana, possa ben avvalersi di una narrativa di Dark Enlightment e dominio tecnologico mondiale, di quelle che spopolano sulla rete e nei videogiochi.
E soprattutto, fa troppo onore a chi l’ha iniziata chiamare la guerra di aggressione all’Iran “uno scontro tra due visioni trascendenti del mondo”. In una cosa Piccardo ha ragione: non è uno scontro tra “un occidente laico e razionale” e “un oriente religioso e irrazionale”. Nell’occidente ateo e materialista – “una civiltà esteriormente potente e interiormente vuota” come spiega il filosofo iraniano Seyyed Hossein Nasr che Piccardo cita – la “perdita del sacro come dimensione costitutiva dell’esistenza umana” ha spalancato le porte all’irrazionale di cui tanto i messianesimi apocalittici quanto le mitologie tecno-distopiche sono la manifestazione culturale, mentre la corruzione ne è l’espressione sociale. Nell’oriente musulmano, viceversa, l’armonia necessaria tra religione e ragione discende da un ordine voluto da Dio e ripetutamente ricordato nel Corano a cui si rifanno – ricordiamolo ai credenti settari e ai non credenti maliziosi – tanto i sunniti quanto gli sciiti.
La conclusione del libro è una piccola appassionata apologia del mestiere di raccontare, di scrivere, di pubblicare. Proprio per questo, se mai l’autore ne farà una nuova edizione aggiornata – cosa quanto mai auspicabile – potrebbe chiamarla, riprendendo una sua frase, “L’Iran che non vi hanno fatto vedere”. Oggi infatti vediamo ai funerali della Guida Suprema, iniziati mentre scriviamo, “un paese che si stringe come un pugno attorno alle sue bare” (Malatesta sul Domani), mettendo da parte “anche il ricordo della violenza …con cui il regime ha represso le proteste dell’inizio dell’anno” (Napoletano su Avvenire). Cose che Piccardo prevedeva già tre mesi fa.





