Il servizio del TG1 ha adottato la versione dell’esercito israeliano, nascondendo la sequenza documentata dell’assalto a Tell. Dopo le proteste, la Rai si focalizza su un manifesto definito “antisemita”. Ma restano le relazioni pubbliche del corrispondente e della sua famiglia con ambienti organizzati del sionismo italiano che pur non provando un ordine di scuderia, rendono inevitabile una verifica sull’indipendenza del servizio pubblico.
Prima del manifesto, prima delle accuse di antisemitismo, prima delle dichiarazioni di solidarietà aziendale, c’è un fatto molto semplice.
Il 25 luglio il TG1 ha raccontato che alcuni palestinesi avevano attaccato degli israeliani che stavano facendo un’“escursione” nei pressi del villaggio di Tell, in Cisgiordania. Il servizio era firmato dal corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori.
La frase riprendeva la versione comunicata dall’esercito israeliano: “civili israeliani” impegnati in un’escursione sarebbero stati aggrediti, uno dei palestinesi avrebbe sottratto un’arma a un addetto alla sicurezza e avrebbe aperto il fuoco. Reuters riportò quella versione attribuendola chiaramente all’IDF, ma nello stesso articolo riferì anche la ricostruzione opposta delle autorità palestinesi: un folto gruppo di coloni armati aveva cercato di entrare in alcuni territori e abitazioni palestinesi ed era stato affrontato dagli abitanti del villaggio.
Le verifiche successive hanno reso ancora più grave la scelta narrativa del servizio pubblico.
Human Rights Watch ha intervistato testimoni e verificato sei filmati. La sua ricostruzione descrive gli assalti di coloni contro Tell. Tra quaranta e cinquanta persone, compresi alcuni bambini portati li’ dagli adulti, si sono avvicinate al villaggio, prendendo a sassate una mezza dozzina di abitazioni tentando di di entrarvi. Secondo i testimoni, un colono armato apre il fuoco ferendo un palestinese. Il gruppo si sarebbe poi ritirato, tornando circa mezz’ora dopo da un’altra direzione, questa volta insieme a soldati israeliani come scorta.
I video verificati confermano gran parte della seconda versione in modo diretto. i video mostrano un gruppo di israeliani in abiti civili armati di fucile accanto a un soldato IDF. Secondo Human Rights Watch, sono i coloni ad avviare la colluttazione fisica, prendendo a calci un palestinese. Durante lo scontro un abitante riesce a sottrarre un’arma a uno di loro e apre il fuoco. Quattro palestinesi e due israeliani muiono nell’episodio ed i video mostrano i palestinesi uccisi dopo essere stati catturati, messi a terra inermi e freddati. L’esercito israeliano non ha spiegato compiutamente l’uccisione degli altri tre palestinesi oltre all’uomo che aveva preso il fucile.
Appare evidente che il racconto di Brunori che parte dal momento in cui il palestinese riesce a impossessarsi dell’arma per difendersi, cancella l’assalto alle abitazioni, le pietre, gli uomini armati e la presenza dei soldati al loro fianco.
Non erano semplicemente persone con scarponcini, borracce e zaini. Erano componenti di un gruppo terroristico organizzato entrato in un villaggio palestinese per terrorizzare ed invadere, alcuni dei quali portavano armi da fuoco.
Chiamarli “escursionisti” non è una descrizione neutrale. Significa adottare il vocabolario della violenza. Il vocabolario dell’esercito coinvolto nei fatti e trasformare l’incursione coloniale in una passeggiata finita male.
Il manifesto satirico e l’accusa che tenta di mistificare la propaganda di Brunori
Il 29 luglio, in una bacheca interna di Radio1, è comparso un manifesto firmato dai gruppi Global Sumud e Libere di lottare. La grafica mostrava una figura dall’aspetto ebraico-ortodosso resa in forma animalesca, vestita da escursionista, davanti a un microfono del TG1, con il gioco di parole “escurSIONISTA”.
La Rai lo ha immediatamente definito “antisemita” e “intimidatorio”. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha parlato di iconografie della peggiore pubblicistica antisemita; la Digos ha acquisito il materiale e l’azienda ha annunciato un’indagine interna.
L’animalizzazione di una figura con marcatori ebraici è una scelta pesante, che può richiamare un repertorio storico antisemita e che gli autori devono essere chiamati a spiegare. Ma la qualificazione del manifesto come inequivocabilmente antisemita resta, allo stato attuale, la valutazione della Rai e delle organizzazioni che l’hanno rilanciata, non una conclusione giudiziaria né l’unica interpretazione possibile.
Nel manifesto non compare “l’ebreo” in astratto. Compaiono il microfono del TG1, la parola “escursionista” e il riferimento evidente al servizio contestato. La figura riprende evidentemente il colono israeliano che mesi fa divenne l’immagine del colonialismo di matrice sionista fotografato con un ghigno mentre denigrava e vessava una donna palestinese. La propaganda lo ha trasformato da aggressore in vittima. Senza una spiegazione diretta degli autori non è possibile stabilirne definitivamente l’intenzione; è però scorretto cancellare tutti gli elementi contestuali e trattare la grafica come se fosse apparsa dal nulla.
La Rai ha il diritto di indagare sull’affissione del manifesto all’interno di una propria sede. Non ha il diritto di utilizzare quella vicenda per sottrarsi alla domanda precedente: perché il TG1 ha presentato come escursionisti alcuni appartenenti a un gruppo di coloni entrato nel villaggio palestinese, nonostante la presenza documentata di uomini armati e le ricostruzioni che indicavano chiaramente l’assalto alle abitazioni?
Un’immagine satirica non rende corretta una cronaca scorretta.
La moglie di Brunori e l’ambiente associativo sionista
È qui che l’inchiesta deve usare precisione. Online molti hanno portato in ballo anche la moglie di Brunori.
Che la moglie di Brunori, Giovanna Micaglio Benamozegh, sia ebrea non costituisce una notizia rilevante rispetto al servizio, come menzionato da vari utenti sui social. L’appartenenza religiosa non è un conflitto d’interessi e non può diventare una colpa per associazione.
Sono invece rilevanti i ruoli pubblici e politici.
La moglie di Brunori è membro della Comunità ebraica di Roma ed è stata impegnata in attività culturali con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Fonti associative l’hanno inoltre presentata come responsabile della comunicazione di ADEI-WIZO Italia e come esponente dell’ADEI, come conferma anche il suo CV online in cui figura come membro del Consiglio direttivo, come visionabile dal sito del Comune di Roma su https://www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/CurriculumvitaeMicaglioGiovanna.pdf e qui CurriculumvitaeMicaglioGiovanna
ADEI-WIZO non è semplicemente un’associazione religiosa. È la federazione italiana della Women’s International Zionist Organization. Il suo sito ufficiale colloca la propria storia dentro il movimento sionista e indica tra le proprie attività anche il contrasto all’“antisionismo”; la stessa WIZO si presenta come organizzazione sionista internazionale nata con l’obiettivo di sostenere una patria ebraica.
Non si tratta di una rete occulta. È una rete pubblica, con nomi, eventi, statuti e attività dichiarate. Ma il legame non riguarda soltanto la moglie.
Le posizioni pubbliche dello stesso Brunori
Nell’ottobre 2024 Brunori è intervenuto a un evento nazionale organizzato da ADEI-WIZO, intitolato La notte di Israele. Un anno di guerra. In quella sede ha parlato di Israele come di un Paese “meraviglioso”, caratterizzato da una “resilienza leggendaria”, e ha sostenuto che il meccanismo dell’informazione privilegi le notizie negative, deformando l’immagine di Israele e del suo governo. Ha inoltre accusato parte dell’informazione di essere suscettibile ad una presunta propaganda di Hamas e ha ricondotto alcune proteste nei campus alla ricerca dell’“ebreo e dell’israeliano” come nemico.
Brunori ha partecipato anche a iniziative della Federazione delle Associazioni Italia-Israele, compreso il congresso nazionale del novembre 2025, insieme a rappresentanti dell’UCEI, dell’ambasciata e del governo israeliano e a esponenti dell’associazionismo pro-Israele. Nel 2026 associazioni Italia-Israele hanno inoltre organizzato presentazioni pubbliche del suo libro sul Medio Oriente.
Un corrispondente del servizio pubblico non è soltanto un privato cittadino. Quando racconta un conflitto caratterizzato da occupazione militare, insediamenti illegali e violenze sistematiche, la sua prossimità pubblicamente documentata a uno degli ambienti politici e associativi coinvolti diventa una questione di trasparenza editoriale.
Il punto non è sostenere che la moglie gli abbia dettato il servizio. Non esiste alcuna prova di questo, al contrario di quanto suggerito da alcuni utenti online.
Il punto è che abbiamo contemporaneamente:
- una relazione familiare con una persona che ha ricoperto ruoli pubblici di spicco nell’associazionismo sionista;
- la partecipazione dello stesso giornalista a eventi di ADEI-WIZO e della Federazione Italia-Israele;
- dichiarazioni pubbliche nelle quali Brunori denuncia una presunta deformazione mediatica ai danni di Israele;
- un servizio nel quale la versione dell’esercito israeliano viene trasformata nel frame principale, mentre l’assalto dei coloni viene attenuato o collocato in secondo piano con una sostanziale menzogna:
Questo insieme di elementi non dimostra un comando politico o una manipolazione intenzionale. Produce però un’apparenza di conflitto e una convergenza editoriale abbastanza evidente da richiedere spiegazioni. Spiegazioni che la Rai dovrà dare.
Il problema non è la religione della moglie. Il problema è se la Rai abbia valutato questa rete di relazioni pubbliche e predisposto garanzie sufficienti per assicurare imparzialità, pluralismo e distanza critica.
La mobilitazione per una rettifica e la sospensione
La nostra redazione ha visionato un testo diffuso dal presidio di Cagliari e destinato alla Direzione del TG1, all’URP Rai, all’Usigrai e agli organi di controllo del servizio pubblico.
La lettera contesta formalmente la ricostruzione trasmessa il 25 luglio, denuncia la presentazione della versione israeliana come fatto principale e chiede una rettifica, una verifica sul rispetto della deontologia professionale e la sospensione di Giovan Battista Brunori dal servizio pubblico.
Non siamo in grado, al momento, di quantificare il numero di email inviate o l’ampiezza nazionale dell’adesione. Possiamo però confermare che una campagna organizzata di segnalazioni alla Rai esiste ed è in corso.
Le domande alle quali la Rai deve rispondere
La Rai ha reagito in poche ore al manifesto. Sarebbe legittimo aspettarsi la stessa rapidità su ciò che è stato trasmesso a milioni di cittadini.
- Quali fonti ha utilizzato Brunori per il servizio del 25 luglio?
- Al momento della messa in onda, la redazione sapeva che nel gruppo vi erano coloni armati?
- Perché la definizione di “escursionisti”, proveniente dalla versione dell’IDF, è stata pronunciata come apparente descrizione dei fatti?
- Perché l’assalto alle abitazioni palestinesi e la precedente apertura del fuoco da parte di un colono non hanno ricevuto la stessa evidenza?
- La Rai considera compatibile con il ruolo di corrispondente imparziale la partecipazione continuativa a eventi organizzati da associazioni dichiaratamente pro-Israele e sioniste?
- Esistono procedure interne per valutare apparenti conflitti d’interessi dei corrispondenti, compresi incarichi e relazioni pubbliche strettamente familiari?
- Verrà trasmessa una rettifica che chiarisca che non si trattava semplicemente di pacifici escursionisti attaccati senza motivo?
Il servizio pubblico non può rifugiarsi dietro l’antisemitismo
L’antisemitismo esiste, è pericoloso e deve essere combattuto. Proprio per questo non può essere trasformato in una formula automatica con cui immunizzare Israele, i coloni o un giornalista da qualunque critica.
Criticare un servizio che adotta la terminologia dell’esercito israeliano non significa attaccare gli ebrei. Indagare sulle relazioni pubbliche di un corrispondente con organizzazioni politicamente schierate non significa perseguitare la sua famiglia. Chiedere trasparenza non significa sostenere che ogni persona ebrea agisca per conto di Israele.
Significa applicare al sionismo e al colonialismo gli stessi criteri che il giornalismo applicherebbe a qualunque altro potere.
La Rai ha mobilitato comunicati, vertici aziendali, forze dell’ordine e indagini interne contro un manifesto.
Contro la deformazione della realtà trasmessa dal proprio telegiornale, invece, non ha ancora offerto una risposta equivalente.
A Tell non è stata una caricatura a entrare nelle case palestinesi.
Non è stato un gioco di parole a portare i fucili.
Non è stato un poster a trasformare un’incursione in una sparatoria.
Sono stati dei coloni e terroristi sionisti. Alcuni erano armati. E il servizio pubblico italiano li ha presentati come escursionisti.
La satira può essere sottoposta a indagine. La propaganda deve essere sottoposta a rettifica.




