Nelle ultime settimane sono tornate al centro dell’attenzione mediatica le pressioni e le interferenze degli apparati occidentali, in primis Israele, Stati Uniti e Gran Bretagna, contro i procuratori generali che si sono succeduti presso la Corte Penale Internazionale, in particolare contro Fatou Bensouda e Karim Khan.
Bensouda, giurista gambiana, è stata la prima donna ad aver ricoperto questo ruolo, dal 2012 al 2021, e già nel settembre 2020 l’amministrazione Trump le aveva imposto sanzioni poiché aveva “osato” promuovere le indagini sui crimini commessi dai militari USA in Afghanistan.
Nel 2024, circa tre anni dopo aver portato a termine il suo mandato presso la CPI, Bensouda ha deciso di rendere pubbliche le pressioni e le minacce ricevute direttamente dal capo del Mossad, Yossi Cohen, perché interrompesse le indagini sui crimini israeliani commessi nei territori palestinesi occupati. Prima di questo contatto diretto con Cohen, Bensouda era già stata oggetto di atteggiamenti intimidatori molto gravi come ad esempio visite notturne presso la sua abitazione a l’Aja e il pedinamento di suo marito. Negli ultimi giorni è stata pubblicata una nuova intervista da Al Jazeera nella quale l’ex-procuratore generale della CPI ribadisce le dichiarazioni fatte nel 2024, aggiungendo nuovi dettagli sulle “visite” ricevute presso la sua casa a l’Aja durante le quali le è stato offerto denaro per archiviare l’inchiesta su Israele e Palestina.
All’epoca Bensouda aveva riferito e denunciato questi episodi anche al governo olandese che, in quanto paese in cui ha sede la CPI, è responsabile per la sicurezza del personale che vi lavora. Nell’intervista di Al Jazeera, però, lamenta il fatto di non aver ricevuto sufficiente appoggio dai funzionari governativi, probabilmente minacciati anche loro dai servizi segreti dei paesi coinvolti nel genocidio incrementale dei Palestinesi.
Sempre nelle ultime settimane anche l’attuale procuratore generale, il britannico Karim Khan, ha rilasciato varie interviste (a Middle East Eye, Zeteo, Analyst News, ecc.), oltre ad aver partecipato ad un dibattito pubblico presso la Oxford Union, invitato dall’associazione degli studenti della famosa università inglese.
Anche Khan denuncia enormi pressioni e intimidazioni, soprattutto da quando ha avanzato l’idea di emettere mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant, l’ex-ministro della difesa israeliano.
Un grave atto intimidatorio nei suoi confronti è l’accusa di molestie sessuali da parte di una delle sue collaboratrici presso la CPI, accusa montata ad arte per colpirlo vanificando così le azioni da lui portate avanti per l’accertamento dei crimini commessi da Israele a Gaza. I tre giudici che si sono occupati del caso delle molestie sono arrivati alla conclusione unanime che non esiste alcuna prova che il procuratore generale Khan abbia avuto un comportamento scorretto. Nonostante ciò, attualmente i rappresentanti di alcuni stati hanno affermato che non accettano i risultati delle indagini dei tre giudici e hanno chiesto un riesame di tutto il processo a carico del procuratore della CPI.
Nelle ultime interviste rilasciate, Karim Khan ha confermato due episodi inquietanti dei quali alcuni media avevano già dato notizia nei mesi addietro.
Il primo episodio riguarda David Cameron che ad aprile del 2024 telefonó al procuratore Khan intimandogli di fermare l’eventuale emissione dei mandati d’arresto contro gli alti funzionari di Israele ed avvisandolo che, in caso contrario, il Regno Unito avrebbe interrotto i finanziamenti alla CPI. Khan racconta di essersi trovato fortemente a disagio durante e dopo questa telefonata (soprattutto perché proveniente da una figura importante del paese in cui è nato e cresciuto) ma di aver comunque deciso di proseguire nel suo intento.
Il secondo episodio riguarda un incontro avvenuto a maggio 2024 con alcuni senatori statunitensi, tra cui il tristemente famoso Lindsay Graham il quale gli disse che “la CPI è stata creata per gli africani e per i delinquenti come Putin”, sottintendendo quindi che non può agire contro Israele e gli USA.
In attesa che il “processo” contro Khan arrivi ad una conclusione definitiva, il procuratore capo ha preso un periodo di aspettativa volontaria, già dal maggio 2025, dichiarandosi pronto a dimettersi nel caso di una sentenza negativa, non prima però di aver dimostrato che tali accuse sono strumentali alle politiche genocidarie di alcuni paesi occidentali.
Oltre ad essere vittima di intimidazioni, Karim Khan è anche stato sanzionato dagli USA, assieme a nove giudici della CPI, a seguito dell’emissione dei mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e Yoav Gallant e per le indagini compiute su cittadini USA e israeliani. Sicuramente il fatto che si parli di nuovo e con insistenza delle “interferenze” esterne contro i giudici e procuratori della CPI è un elemento positivo che porterà a risultati concreti, se non ora, almeno nei prossimi anni.




