Leggevo le ultime notizie dalla Cisgiordania occupata, da Gerusalemme, dallo stillicidio di morti, violenze, occupazioni e raid squadristi colonici che si sommano al genocidio in corso a Gaza, e le sovrapponevo alle parole dei leaders sionisti nel corso dell’ultima settimana.
Dalle loro azioni li giudicherai, disse il saggio. E le parole, anche quelle messe insieme alla meno peggio per tentare di frenare l’emorragia di consensi in Europa dopo le torture agli attivisti della Flottilla , le parole se le porta via il vento.
“Le azioni di Ben Gvir sono contrarie ai valori di israele”, ha detto il polacco Mileikowsky. Capro espiatorio prescelto, il ministro con la rivoltella infilata nei calzoni e l’incedere da boss della malavita
“Israele ha perso moralità e umanità”, gli fa eco l’irlandese Herzog, Commander in Chief dell’ agglomerato coloniale in Palestina. Capro espiatorio prescelto, le bande di villains mitteleuropei che scorrazzano per la West Bank seminando distruzione e terrore.
Israele ha evidentemente bisogno di un bersaglio verso cui fare convergere il malcontento generalizzato verso l’entità genocida.
Dal mazzo di delinquenti che affolla il reparto psichiatrico creato in Palestina nel 1948, i due presidenti scelgono i più visibilmente delinquenti e li danno in pasto all’opinione pubblica, con l’obiettivo di normalizzare il resto del paese, di riabilitarlo in qualche modo agli occhi del mondo. Un paese in cui, ricordiamolo, l’82 % dei cittadini è favorevole alla deportazione forzata dei palestinesi di Gaza, leggi pulizia etnica dei nativi e soluzione finale del problema.
Ma, se è vero che le parole – come le promesse e come gli accordi con israele – se le porta via il vento, è anche vero che talvolta esse pesano più di un macigno e lasciano il segno.
Noi le ricordiamo tutte e gran parte di esse sono state pronunciate proprio da chi oggi parla di moralità e umanità.
“È un’intera nazione ad essere responsabile”, dichiarò Herzog all’indomani del 7 ottobre, prima di precipitarsi a firmare i missili che fecero a pezzi migliaia di bambini in quella terribile prima fase del massacro.
Sempre lui si presentò qualche mese dopo dinanzi alle telecamere con un Mein Kampf nuovo di pacca tra le mani, e dichiarò in tono grave ma non serio che quel testo era stato ritrovato nella cameretta di un bambino di Gaza o, forse, sul cadavere di un combattente di Hamas.
Tra le case bruciate dei campi profughi, sul corpo devastato dal fuoco di un resistente palestinese campeggiava intatta la bibbia del nazismo, come il passaporto di Mohammed Atta nelle Torri fumanti, utile come la firma lasciata sul delitto quasi perfetto..
Il messaggio era il seguente: vi siete sbagliati. I nazisti non siamo noi. Noi ne siamo le vittime, nella Notte dei cristalli di ogni era e tra le macerie di Gaza. Le vittime eterne di un nazismo anch’esso eterno, che travalica lo stesso concetto di storia e diviene categoria assoluta, e, in quanto tale, irrazionale.
I bambini che leggono il Mein Kampf ne sono simbolo imperituro e meritano dunque la sorte che gli stiamo infliggendo.
Un normalizzatore del genocidio palestinese, dunque. Che differisce da Ben Gvir solo per l’immagine di poliziotto buono. da convogliare all’esterno, per dare al mondo l’illusione che esista ancora in barlume di ragionevolezza, di presentabilità, in uno stato che è ormai universalmente ritenuto immeritevole, indegno e fuorilegge. Epitome di ingiustizia nei secoli dei secoli.

